Foligno in una tazzina. Viaggio multimediale alla scoperta del Gran Caffè Sassovivo

Foligno in una tazzina. Viaggio multimediale alla scoperta del Gran Caffè Sassovivo

Il Gran Caffè Sassovivo fu luogo di socialità della Foligno di inizio Novecento. Eccolo documentato in una narrazione ipermediale, che raccoglie le testimonianze di chi lo ha vissuto e dei cittadini folignati

Raccontare una città significa raccoglierne l’eredità culturale, mettendo insieme pezzi di storia sparsi fra archivi e memorie popolari; raccontare Foligno significa passare intorno ai biliardi delle fumose sale del Gran Caffè Sassovivo. Quello – per intenderci – del celeberrimo birillo, che, come un minuscolo Atlante, da solo reggeva l’intera leggenda di Foligno “centro del mondo”. Polo calamitante per la socialità cittadina, da inizio Novecento a fine secolo ospitò – come un torace barocco e brulicante di folla – il cuore pulsante della cultura folignate.
«Inaugurato il 4 giugno 1930, per oltre cinquant’anni si è connotato come il salotto buono – quasi di élite – dei folignati. Poi, negli anni – come documenta in un articolo Stefania Filipponi – ha perso quel “tocco aristocratico” per diventare un punto di aggregazione e socializzazione, dove le genti di Foligno si incontravano, in un contesto conviviale, per dibattere di questioni sociali e politiche, e persino per concludere affari».

Non basta, fu «un luogo sacro dove è nato il primo embrione del giornalismo folignate» come ben raccontato da Roberto di Meo. «Nel locale da the, con i tavoli esagonali con scacchiera incorporata, c’erano lungo tutta una parete cinque cabine telefoniche insonorizzate che, all’occasione, servivano per dettare i pezzi ai giornali di allora: La Nazione, corrispondente Giuseppe Tardocchi; Il Messaggero, corrispondente Giuseppe Galligari; Il Tempo, corrispondente Nazzareno Mancini; La Notte di Milano, corrispondente Lanfranco Cesari; Il Telegrafo, corrispondente Ermanno Benedetti; Denio Fedeli, corrispondente Rai e Gilberto Scalabrini, corrispondente Ansa».

A sentirne parlare, ci si potrebbe fare l’idea che una simile istituzione abbia nel tempo lasciato tracce tangibili, evidenti al pari delle rimanenze murarie che ancora oggi incorniciano il centro storico: ma quando ci si mette in animo di raccontare una storia ex novo (e ancor più laddove si vogliano esplorare i luoghi del racconto con la foga documentaristica del moderno “Indiana Jones”), bisogna fare i conti con un finale non sempre prevedibile. Esterrefatti dall’epilogo “commerciale”, per ritrovare il “nostro centro” ci siamo rivolti a un uomo di scienza, il professor Pierluigi Mingarelli, direttore del Laboratorio di Scienze Sperimentali.
Dopo aver chiamato in causa persino la matematica, nel nostro “viaggio nel tempo” abbiamo messo un piede metaforico  – per tramite delle preziose memorie del giornalista Roberto Di Meo e dell’avvocato Giovanni Picuti – all’interno delle sale del Sassovivo, «origliando i pezzi dettati alle testate dalle cabine telefoniche, assaggiando vari tè al bancone; magari imparando a giocare a carambola! Pagando l’expertise con qualche colpo di tosse immaginario causato dal fumo denso che pare conferisse al Gran Caffè un’aria quasi noir».

«Arrivavo appena con il mento all’altezza delle sponde. Guardavo meravigliato quegli uomini che facevano impazzire le biglie da una sponda all’altra, spedendole nel punto designato con precisione micrometrica, quasi immersi nel fumo delle sigarette che diventava una sorta di nebbia diffusa nella sala»: queste le impressioni (indelebili) di un giovane Carlo Rampioni, non ancora architetto: «Crescendo, la possibilità di frequentare quella sala diventava un importante traguardo nello svolgersi della vita: varcare quella soglia da giocatori e non più solo da spettatori era un vero e proprio rito di iniziazione, la fine dell’adolescenza e l’ingresso ufficiale nell’età adulta. Guardavamo Kocis e Ciaravaglia (frequentatori storici del Gran Caffè, NDR) gareggiare con raffinatissima maestria nel contendersi una vittoria che di fatto era il prestigio misurato dal consenso degli spettatori; i quali, io penso, avrebbero perfino pagato per vederli».

Crescendo, la possibilità di frequentare quella sala diventava un importante traguardo nello svolgersi della vita: varcare quella soglia da giocatori e non più solo da spettatori era un vero e proprio rito di iniziazione, la fine dell’adolescenza e l’ingresso ufficiale nell’età adulta

Nell’impossibilità di riservarci un biglietto, ci rincuora sapere di aver restituito in qualche modo  a Foligno – attraverso la nascita di questo giornale e al costante lavoro della nostra redazione – il suo Gran Caffè, fuligginoso e febbrile come l’abbiamo trovato: un vero e proprio pezzo di DNA folignate riconsegnato alla città.

IL RACCONTO – È il 1980 quando Salvatore Denaro, studente siciliano di Piazza Armerina arrivato nel 1977 in Umbria per studiare alla facoltà di Agraria di Perugia, giunge a Foligno per lavorare al Gran Caffè Sassovivo. Dieci anni dopo diventerà l’oste umbro per eccellenza, aprendo l’amatissima enoteca-osteria ‘Il Bacco Felice’ in via Garibaldi. Suo il racconto del Gran Caffè di 44 anni fa: della magnificenza del grande lampadario centrale e delle maestose sale, assai frequentate e fumose in cui, sotto la penultima gestione targata Muzzi-Ferrarese, scorreva la vita della città. Non senza difficoltà: in quegli anni sotto le logge e fra i tavoli all’aperto del Gran Caffè non c’erano solo avventori di ogni classe sociale ma anche spacciatori e tossicodipendenti; tempi in cui l’eroina ebbe un drammatico tributo di vite umane e quelle difficoltà sociali influirono anche sulle sorti del Sassovivo.

TESTO di Vittorio Bitti
VIDEO a cura di Giacomo Toni e Alen Galante
AUDIO INTERVISTA a cura di di Federica Menghinella

SI RINGRAZIA Giovanni Paternesi per l’importante contributo dal suo archivio fotografico