Il Gran Caffè Sassovivo come metafora di vita

Il Gran Caffè Sassovivo come metafora di vita

Lo guardavamo con grande rispetto, un luogo per i “grandi”, inaccessibile per noi piccoli; non solo l’interno delle sale, ma anche i tavolinetti sotto le logge, che sembravano fare parte integrante del locale e non più uno spazio pubblico. Un locale da accedervi al massimo la domenica, o un giorno di festa, rigorosamente accompagnati dai genitori, per gustare un dolcetto a metà mattinata, gettando sguardi ammirati a quei serissimi e silenziosi giocatori di scacchi.

Poi crescemmo. Io passai dalla pastarella (un diplomatico, chissà perché mi piaceva tanto quel nome) la domenica mattina, dopo la messa, ai primi timidi ingressi nelle sale degli “uomini grandi”: fra tutte – sempre tenuto per mano da mio padre -, nella sala biliardo. Arrivavo appena con il mento all’altezza delle sponde.

Guardavo meravigliato quegli uomini che facevano impazzire le biglie da una sponda all’altra, spedendole nel punto designato con precisione micrometrica, quasi immersi nel fumo delle sigarette che diventava una sorta di nebbia diffusa nella sala.

Crescendo, la possibilità di frequentare quella sala diventava un importante traguardo nello svolgersi della vita: varcare quella soglia da giocatori e non più solo da spettatori era un vero e proprio rito di iniziazione, la fine dell’adolescenza e l’ingresso ufficiale nell’età adulta. Guardavamo Kocis e Ciaravaglia gareggiare con raffinatissima maestria nel contendersi una vittoria che di fatto era il prestigio misurato dal consenso degli spettatori; i quali, io penso, avrebbero perfino pagato per vederli. Li guardavamo con netta convinzione che mai avremmo potuto raggiungere il livello della loro arte. Ma a noi bastava sentirci “adulti” nel vedere Fernando consegnarci le boccette per una partita, invece di bloccarci all’ingresso perché “i ragazzi non possono giocare”.