Se i cantanti non possono fare politica, allora i politici non possono cantare

Se i cantanti non possono fare politica, allora i politici non possono cantare

“Gli artisti dovrebbero salire sul palco, fare la loro bella esibizione e andarsene. Sarebbe utile pensare a una sorta di daspo per chi utilizza quel palco per fini diversi da quelli della musica. Un artista lì fa musica, non fa politica”. Il virgolettato appartiene al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, il leghista Alessandro Morelli, in riferimento a Ghali e Dargen D’Amico che, in momenti diversi di Sanremo, hanno rispettivamente chiesto di fermare il genocidio e il cessate il fuoco. La dichiarazione di Morelli è dirompente e ha già scatenato da giorni le reazioni dell’opposizione politica, dei cantanti e degli artisti in generale. Eppure, immaginiamo di ragionare per assurdo e accettare che esista un mondo dove i cantanti non fanno politica. Dove le canzoni si limitano a parlare di rose, fiori, amore; che poi – in senso lato – anche questo potrebbe essere considerato fare politica: Ilona Staller, in arte Cicciolina, e Moana Pozzi nel 1991 fondarono il Partito dell’Amore.

 

Comunque, se questo mondo effettivamente esistesse allora si andrebbero a creare due scenari: Il primo, in cui i cantanti non farebbero politica, ma i politici – come in effetti succede – sarebbero liberi di cantare, canticchiare, fischiettare, ballare sia con le stelle che sotto le stelle, dipingere, farsi dipingere, scrivere libri, pubblicizzare libri, vendere libri; oppure non leggerli affatto come fa il Ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano. Se pensiamo al connubio musica-politica, come poter dimenticare l’hit lanciata da Forza Italia per l’omonimo inno? Un evergreen sin dal principio che avrebbe spopolato oggi più che mai con i balletti su TikTok. Restando in tema, Berlusconi fu il politico-cantante per eccellenza (forse più showman che cantante), un degno rivale del miglior Fiorello: qui canta addirittura in francese, ça va sans dire (“ma che ve lo dico a fa”).

Il secondo scenario, invece, è l’universo parallelo creato dalla dichiarazione di Morelli in cui i cantanti non politicano e i politici, però, non cantano. Ma non solo non cantano, intendiamoci: non si occupano nemmeno di tutte le altre cose che non rientrano nella politica tout-court. Non fanno jogging per esempio, non fanno pilates, fanno la spesa – ma lo stretto necessario alla sopravvivenza, niente avocadi -, non aggiustano il lavandino che perde perché per quello c’è l’idraulico (gli ruberebbero il mestiere). In tale distopia generata dalle dichiarazioni del Sottosegretario Morelli, ognuno si occuperebbe solo e strettamente del proprio ambito professionale: i meccanici riparerebbero le auto senza guidarle, guai agli insegnanti di inglese a non parlare in lingua anglofona! E i politici…beh, qualcosa da fare gliela troveremmo.

Come si può pensare di recintare la musica separandola da ciò che le accade intorno? Allo stesso modo, dato che la politica abbraccia ogni settore della società, si farebbe peccato mortale a impedire a Salvini di vestirsi da carabiniere, finanziere, poliziotto, vigile del fuoco, macellaio, parmigiano reggiano, trattore e chi più ne ha più ne metta.

O No?