Intervista al professor Gabriele Cruciani: ‘Serve una sinergia tra intelligenza artificiale e cervello umano’

Intervista al professor Gabriele Cruciani: ‘Serve una sinergia tra intelligenza artificiale e cervello umano’
PERUGIA – Intelligenza artificiale, praticamente l’argomento del giorno. Una ‘bomba’ il cui impatto supererà quello dell’avvento di Internet. Uscito dalle stanze degli ‘addetti ai lavori’, il tema si è ormai guadagnato l’ubiquità nei dibattiti pubblici, costringendoci a prendere atto di una rivoluzione silenziosa e potente che ora sentiamo avvicinarsi alla velocità della luce e temiamo possa sorprenderci impreparati, magari travolgerci. E se è vero che forse è preferibile una intelligenza artificiale ad una stupidità naturale, è altrettanto vero che la mastodontica transizione andrà gestita con saggezza, con una visione degli obiettivi legata al miglioramento della vita dell’uomo. Già, perchè anche uno strumento potenzialmente buono, nelle mani sbagliate può diventare dannoso. In altre parole perchè non si crei un ‘mostro’ bisogna che la nuova avventura non diventi roba da avventurieri. Il professor Gabriele Cruciani, ordinario di Chimica Organica all’Università di Perugia e delegato del Rettore alla ‘Terza Missione’, lavora da anni con impegno anche su questi complessi temi e la sua riflessione-quadro è illuminante: < Credo sia rilevante, soprattutto in campo scientifico – esordisce – creare metodi che non siano scatole chiuse con risposte automatiche ma che possano evolvere insieme a chi li usa. Penso cioè che si debbano prediligere metodi che permettano sinergia tra il cervello umano e quello artificiale. Sono fermamente convinto che, soprattutto in campo scientifico, l’unione tra il ‘know how’ umano e quello artificiale sia, almeno oggi, più potente della sola intelligenza artificiale>.
Professor Cruciani, l’intelligenza artificiale come cambierà la nostra vita?
<La nostra vita è già cambiata e cambierà in maniera più significativa nel prossimo futuro. Le modalità del cambiamento dipenderanno da fattori quali il contesto sociale, il livello culturale, le disponibilità economiche e la regione di appartenenza degli individui. Probabilmente per alcuni ci saranno effetti prevalentemente positivi, per altri molto negativi. Uno studio condotto negli Stati Uniti ha mostrato che oltre 30 milioni di persone rischiano di perdere il lavoro a causa dell’intelligenza artificiale (IA). Parallelamente le imprese stanno cercando milioni di lavoratori con specifiche competenze matematiche, informatiche e digitali, esperti in analisi dati, sicurezza informatica e analisi di mercato>.
Cosa distingue l’intelligenza artificiale da quella naturale?
<Vorrei puntualizzare che ad oggi non sappiamo ancora definire in maniera chiara cosa sia l’intelligenza, ma sappiamo che globalmente è distribuita in maniera abbastanza democratica. Chi non è proprio un genio in matematica, magari risulta molto bravo in materie letterarie o filosofiche. C’è chi invece eccelle nella pittura o nei lavori manuali. La stessa cosa accade nel regno animale e in quello vegetale in cui l’intelligenza si può manifestare con esempi di adattamento all’ambiente a dir poco prodigiosi. Al contrario, l’intelligenza artificiale non è distribuita in maniera democratica. Pochissimi al mondo sono in grado di alimentarla, gestirla e, oserei dire, usarla per interessi personali. Inoltre, l’intelligenza artificiale si sta diffondendo in maniera rapidissima senza un pari aumento di consapevolezza da parte degli utenti del
ruolo centrale che essa svolge nelle diverse tecnologie che utilizziamo quotidianamente. Per questo auspico che si arrivi ad una migliore trasparenza e democrazia nell’uso di intelligenza artificiale e allo stesso tempo ad azioni politiche di informazione dei benefici e dei rischi associati a questa tecnologia. Il nostro Governo, in linea con la strategia europea, ha adottato il Programma Strategico per l’Intelligenza
Artificiale, programma che delinea politiche da implementare nei prossimi tre anni per potenziare il sistema ‘IA’ in Italia. Purtroppo siamo in forte ritardo rispetto ai giganti privati che da anni hanno investito nel settore>.

Cosa prevale al momento, potenzialità o rischi?
<Sono ottimista per natura ma vedo sia potenzialità che rischi allo stesso livello. Purtroppo l’equilibrio tra potenzialità e rischi si può spostare con grande facilità e velocità. Chi ci può garantire sul fatto che queste tecnologie non vengano utilizzate per scopi bellici o per interessi di pochi o per manipolare informazioni in modo tale da sembrare vere? Il problema è che gli algoritmi di intelligenza artificiale hanno bisogno di grandi quantità di dati che si ottengono mediante ingenti investimenti. E’ stato stimato che una grande ditta software ha investito più di 20 miliardi di euro per sviluppare la sua piattaforma di ‘IA’. Globalmente il settore privato ha investito più di 300 miliardi di euro in questi anni. La comunità europea sta investendo in questo momento un miliardo di euro da utilizzare nei vari Paesi che la compongono. Credo che la sproporzione sia evidente. Gli attuali creatori e padroni di IA sono gruppi privati non europei; questa concentrazione di intelligenza artificiale in poche mani non può che destare una certa preoccupazione>.
Al ‘signor Rossi’ che volesse capire che vantaggi avrà dall’intelligenza artificiale cosa direbbe?
<Credo che al signor Rossi non interessi molto la conquista dello spazio, con robot intelligenti che vengono trasportati su Marte per analizzare il suolo e magari costruire una base spaziale. Probabilmente al signor Rossi interesserà di più sapere che mediante l’IA potrà dialogare con uffici virtuali ed ottenere informazioni e documenti in maniera pratica e veloce, potrà rifornirsi di cibo o vestiario senza uscire da casa, potrà dialogare con persone di qualsiasi nazione senza conoscerne la lingua. In casa potrà ottimizzare i consumi di energia, di acqua e ridurre i costi. Tra non molto potrà anche avere dei robot al posto di colf e badanti in grado di svolgere quasi tutti i
lavori manuali domestici. Se il signor Rossi è una persona fragile, potrà presto utilizzare una macchina che lo aiuterà a camminare, a vestirsi, a lavarsi, a passare da un piano all’altro della sua abitazione in sicurezza. Probabilmente il signor Rossi
userà chat GPT per generare testi o immagini, fare diagnosi di borsa o elaborare strategie di investimenti. Ma il signor Rossi dovrebbe capire che ci sono tanti altri modi ugualmente importanti in cui l’IA lo sta già aiutando>.

In quali ambiti l’intelligenza artificiale è già presente nelle nostre vite?
<Basti pensare quanto oggi l’intelligenza artificiale sia di ausilio nella progettazione di nuovi farmaci, nel campo della medicina personalizzata, nella diagnostica per immagini, nell’ambito della riduzione dell’impatto ambientale di composti chimici. C’è un mondo poco conosciuto delle applicazioni della IA che ha una ricaduta elevata  nella vita di tutti i giorni e nel futuro welfare>.
Si parla di macchine che potranno fare i lavori più pericolosi al posto dell’uomo facendo diminuire gli infortuni, ad esempio, ma bisognerà fare i conti con l’erosione dell’occupazione esistente, che ne pensa?
<Pienamente d’accordo. L’IA eroderà occupazione. Ad esempio, la rivoluzione industriale ha eroso l’occupazione dell’epoca, ma ha anche trasformato la tipologia del lavoro e creato nuove occupazioni. Credo che questo succederà anche per l’avvento dell’IA.Molti lavori spariranno, altri saranno modificati, altri ancora verranno creati. Sono abbastanza convinto che la tipologia di lavori semplici e ripetitivi possa essere quasi totalmente sostituita da processi guidati da intelligenza artificiale>.
Più in dettaglio, cosa dobbiamo temere dall’intelligenza artificiale?
<Un rischio molto attuale e abbastanza sottovalutato è la violazione della privacy. Dobbiamo essere consapevoli che siamo tutti schedati, controllati e codificati. Ci sono computer nel mondo che conoscono i nostri orientamenti politici, le preferenze alimentari, i nostri spostamenti, la nostra disponibilità di denaro, le nostre foto di famiglia. Queste informazioni sono usate per orientare le nostre scelte, i nostri acquisti. Questo accade oggi. Con l’aumento delle connessioni, delle macchine in grado di comunicare con noi, dell’uso di queste tecnologie, la nostra privacy sarà sempre più violata rimanendo solo un’illusione. Un altro rischio sottovalutato è l’inaridimento intellettivo degli utenti. Credo sia già evidente come i nostri giovani non conoscano più la geografia, anche quella della regione in cui vivono. A cosa serve se basta inserire una destinazione in un navigatore per ricevere indicazioni su come raggiungere il luogo prescelto? Questo sta succedendo anche in altri campi, e così si disimpara a fare operazioni matematiche, si riducono al minimo nozioni scientifiche, in poche parole si diventa schiavi di una tecnologia che potrebbe non essere sempre garantita con conseguenti gravi problemi se mai dovesse fallire o improvvisamente venire meno. E non è tutto, in quanto abbassando il livello di conoscenza, si abbassa anche la creatività. Insomma il rischio
più elevato è che ad un aumento di intelligenza artificiale possa corrispondere una pari diminuzione di intelligenza naturale>.

In Umbria come ci si sta muovendo, quali i settori maggiormente coinvolti? Sul fronte sanitario, ad esempio, cosa sta accadendo?
<All’Università degli Studi di Perugia ci sono gruppi che sviluppano algoritmi ed applicano l’intelligenza artificiale in svariati settori. Recentemente si sta cercando di correlare dati chimico-clinici con lo sviluppo di malattie neurologiche mediante metodi innovativi di IA. A Spoleto sta nascendo un Centro di ricerca universitario che usa intelligenza artificiale per affrontare e risolvere problematiche tipiche della medicina M4P (Personalizzata, Predittiva, Preventiva e Partecipativa) e delle scienze omiche applicate prevalentemente allo studio di vari ambiti della biologia e della medicina dell’invecchiamento, nonché alla gestione pro-attiva di fragilità e disabilità in correlazione con età e patologia. Questi sono ambiti particolarmente rilevanti per le prospettive di sviluppo e gestione socio-sanitaria di un territorio che “accumula invecchiamento” (circa il 25% della popolazione regionale ha attualmente un’età maggiore di 65 anni con un trend in aumento). Ad Umbertide ci sono istituti superiori che si aprono all’Intelligenza Artificiale con corsi appropriati. C’è molto
dinamismo. Sembra strano, ma proprio nella nostra regione, a Bettona, c’è una eccellenza nel campo dell’intelligenza artificiale, una ditta che produce software di intelligenza artificiale da circa 40 anni con clienti sparsi in tutto il mondo ma localizzati soprattutto negli Stati Uniti>.
A quali progetti sta lavorando?
<Dal momento della mia laurea mi sono sempre occupato di intelligenza artificiale applicata alla chimica e alla chimica farmaceutica. Il mio è un settore di ricerca ristretto, che possiede però notevoli applicazioni pratiche. Circa 30 anni fa, con metodi di intelligenza artificiale applicati alla cristallografia tridimensionale di proteine, il mio gruppo di ricerca ha sviluppato il primo farmaco antivirale della
storia umana, chiamato Relenza, di proprietà di GSK
(ditta farmaceutica inglese). Allo stesso modo, durante la pandemia di Covid-19, abbiamo ripetuto la procedura e siamo arrivati alla progettazione e sintesi di un composto anti-Covid molto
interessante
. Fortunatamente il vaccino ha reso non necessario il suo utilizzo ma l’approccio scientifico è risultato vincente tanto da poter ipotizzare il suo uso per contrastare altre possibili future pandemie. Stiamo sviluppando composti chimici in grado di degradare alcune proteine che sono implicate in forme particolari di cancro. Abbiamo una linea di ricerca per automatizzare l’individuazione di migliaia di potenziali biomarcatori legati alla progressione di alcune malattieSviluppiamo metodi diagnostici per trovare nei liquidi biologici informazioni prognostiche (biopsia liquida).In genere progettiamo ed usiamo metodi di intelligenza artificiale
che non spengono il cervello degli utenti ma al contrario ne amplificano le potenzialità. Quello in cui credo (e siamo molto pochi a crederci) è che amplificare l’intelligenza di un ricercatore, di uno scienziato, sia molto più importante del semplice uso dell’intelligenza artificiale>.