La lisca per storto

La lisca per storto

Non mi piacciono le bandierine palestinesi che occhieggiano da qualche vicolo cittadino. È chiaro che ognuno espone la bandierina che gli pare, ma a me i vessilli palestinesi, nella città in cui abito, non sono piaciuti. E non mi sono piaciuti non perché siano bandiere della Palestina, ma perché non vi sono accanto quelle di Israele. Non mi piacque nemmeno la manifestazione pro-palestine che sostò in piazza San Domenico. Se abito in questa città, se ne sono cittadino, allora ho il diritto di prendere le distanze da manifestazioni con le quali non mi riconosco; se ci fossero state anche le bandiere di Israele, volentieri mi sarei fermato e avrei scambiato due chiacchiere. Così no; marcino e ostendano, perché è loro diritto farlo, come io ho il diritto di non marciare con loro sotto la loro ostensione. E’ una questione di razionalità e quindi investe ciò che è razionale; vuol dire che le religioni non c’entrano.

Che io non mi sia mai preso con l’islam, non c’entra niente stavolta. L’ho scritto e ripetuto: non mi sottometto a nessuno, figuriamoci a una religione. Il discorso è un altro e, per me, è un discorso d’ignoranza: partire cioè dal presupposto che la ragione sia sempre da una parte e che Israele abbia torto a prescindere. E’ una tentazione snella, quasi inevitabile.

Ci cascò perfino Craxi quando nell’ottantacinque, riferendo su Sigonella, avvicinò Arafat a Mazzini, “un uomo così nobile, così religioso, così idealista” (Mazzini, non l’altro), che pure, volendo fare l’Italia, “concepiva e disegnava e progettava gli assassinii politici”. Ecco: non mi soffermo se abbia ragione Hamas oppure l’autorità palestinese e torto Israele, o viceversa. La questione è talmente intricata che ci vogliono ben altre penne per provare a chiarirla. E del resto è difficile che si giunga ad un punto di vista condiviso, perché qui la verità è colei che la si crede o, se si preferisce un’ottica relativistica, dipende dal soggetto, che è perturbatore anche se non vuole.

Non stiamo su questo argomento; qui a volare, come al solito, sono gli stracci, mentre le autorità dell’una e dell’altra parte, divise e indebolite al loro interno come poche volte prima, hanno ricevuto una boccata d’ossigeno immondo dall’eccidio del 7 ottobre. A me non piace il palestinismo di quelli che negano ad Israele di avere un proprio Stato, di quelli che gli rifiutano il diritto di difendersi e quello di esistere, che inneggiano all’intifada ma scuotendosi a distanza di sicurezza. E mi piace ancora meno chi, da ipocrita, parla di memoria, di olocausto, di shoah e però, sotto-sotto, questi ebrei che allargano i gomiti, che prendono, che usurpano, che si spandono superbi di vittoria perché amici degli americani: intollerabili!

Non ho sentito una femminista, di quelle toste, dire una parola per le ragazze ebree del Nova Music Festival rapite, oltraggiate, violentate ed usate come tirassegno a gambe divaricate. E questo a me proprio non va giù. Per questo bandierine e vessilli palestinesi non mi rappresentano. Qualche anno fa andava di moda not in my name, che non vuol dire niente ma si adatta alle stagioni con sorprendente disinvoltura.

Ecco: se passate da queste parti e vedete tracce di orgoglio palestinese (a distanza), quelle non sono a mio nome, ne prendo assoluta e debitissima distanza. A meno che non ci sia la bandiera di Israele a riconoscerne la reciprocità dei diritti, perché gli sbagli d’Israele li vedono tutti con sorprendente e repentina chiarezza, i suoi diritti invece restano per storto come una lisca ed i rigurgiti che si annuvolano per schiaviccar quella lisca sanno dell’acido di un odio antico. E io complice di quell’odio non sarò mai.

(Immagine in copertina di Carlo Rampioni)