Questione di papere

Questione di papere

Gli anatidi hanno una robusta dignità letteraria. Fatte salve la nomenclatura e le sue specifiche puntualizzazioni, preso atto dell’equivoca ambivalenza di oche, anitre e bozzagri, accipitridi pure questi ultimi e, fra l’altro, termine di paragone della tirchieria del babbo di Cecco (che è tutto dire), papere e paperoni abitano da tempo la letteratura. Addirittura, a sentire Livio, perfino Roma ha un debito di non poco conto con le anserine più famose della storia: (e il Machia, che non lo mette in dubbio, “hanno salvato una città”, asserisce senza mezzi termini nell’Arte della guerra e nei Discorsi).

 

E comunque l’oca trova luogo addirittura all’Inferno, giù per la ripa scoscesa nel terzo girone del settimo cerchio: bianca come il burro, penzola al collo di Locco grande usuraio. Fa qua e là, araldica disperatissima, sotto un cielo che piove fuoco. E poco oltre l’anitra che s’attuffa lesta quando arriva il falcone, presta metafora ai barattieri che si ficcano sotto alla pece per non farsi rampionare dai diavoli, cornuti e mazziati. Certo poi di papere nella Commedia non ve n’è più, se si esclude il cigno nella cornice degli invidiosi, su per il Purgatorio, ma il cigno e l’anatroccolo che fu l’è un impiastro e poco ci garba, che è bello e nient’altro. E’ Petrarca che, siccome si vorrebbe trastullare con Laura, tira fuori un cigno nel Canzoniere per dire quanto è impallidito, ma un cigno infatti, uno, un hapax; va bene che Saba paragonerà a una giovane e bianca pollastra la moglie, ma insomma questo accade in un Canzoniere di più di mezzo millennio appresso, e quindi adesso non vale. Boccaccio, invece, lui sì che sdogana le papere: “Non m’è ancora paruta vedere alcuna così bella né così piacevole, come queste sono. Le papere, cioè le femmine: altro che dipinti, palagi e chiese (non s’offendano le femmine; è il padre timoroso per il concupiscibile appetito del figlio, che non ha mai visto mondo, a chiamare papere e mala cosa  le femmine. Lo fa lì per lì, in velocità; ma il figlio se ne infischia e di papera ne vuole subito una).

 

E le anitre del Furioso? E quelle, addirittura, della Liberata, le anitre loquaci della cupa e luminosa Liberata? Via, qualche anatide rispunta sempre, trottando fra poeti laureati che preferiscono animalucci dai nomi poco usati e scrittori accigliati al punto da far prendere a legnate le anitre da Mazzarò, pazzo, che vuole portarsele con sé, nell’altro mondo. Per non dire della candida sorella del Gozzano, la papera più filosofa della letteratura mondiale, che giubila starnazzante senza saperne nulla dell’armi corruscanti della cuoca. La papera, dico, che insegna che la morte non esiste: solo si muore da che s’è pensato.

 

Versatilità simbolica molteplice degli anatidi! Da metafora poetica a baluardo sempre all’erta sul bene pubblico, da allegoria della ricerca spirituale ad emblema di resilienza. Ma anche “un’idea geniale”, come ha avuto modo di dire un livornese schietto, con attinenze importanti ad Interamna e poca propensione a geroglifici filosofici. Le papere sono un’idea geniale. Chi scrive, ha passeggiato con la fèra labronico-rossoverde, ospite una mattina qui in città, e ha disquisito con lui sulla bellezza dei paperoni sotto il ponte di Porta Firenze. Finalmente! E lui, proprio lui, fra stiacciata e panpepato, mi ha detto che le papere sono il simbolo della spensieratezza, al punto di averne voluta una, gigantesca (finta s’intende), all’esterno della sua università. A pensarci bene, essendo alla ricerca vana di una verità politica, mi conviene mettere in proporzione l’incerto con il certo, come faceva Cusano, e vedere se mai giovi una dotta ignoranza. Dicano quello che gli pare, gli ienidi feliformi di mediasettete, ma io fra l’equino di viale Mazzini e i biscioni non ho dubbi: papere tutta la vita!