Schiava di Roma

Schiava di Roma

La settimana scorsa, alla votazione in senato sull’autonomia differenziata, i padri coscritti dell’una e dell’altra riva hanno intonato insieme l’inno di Mameli. L’unica fuori dal coro, totalmente fuori dal coro, dev’essersi sentita tale senatrice leghista Bizzotto, la quale ha visto circondato ed offuscato il suo pur glorioso vessillo serenissimo dai tanti A4 convertiti in tricolore e sventolati dalla patriottissima rive gauche al grido, molto a la page, di viva l’Italia antifascista. Che forse non c’entra neanche niente, ma sul cui concetto è sempre bene ribadire la nostra assoluta condivisione.

Pare, tuttavia, che l’onda in si bemolle dell’entusiasmo bipartisan abbia fatto registrare un vuoto d’aria, essendosi i senatori leghisti slegati momentaneamente dal coro all’atto di salmodiare che schiava di Roma Iddio la creò. Che i leghisti del celodurismo abbiano in odio la cabaletta preferendo gli anapesti del Va pensiero, è noto e per quanto il segretario federale abbia ritinteggiato il secessionismo per non restare fermo a Pian del Re, pure quel senario proprio non ce la fanno a mandarlo giù, e quindi non possono neppure rimetterlo su, come soffio che sorga dal cuore. Schiava di Roma proprio no.

Ma io penso che il problema sia solo un equivoco di analisi logica: credo che il leghista intenda l’Italia schiava di Roma, ma non è così. È la vittoria ad essere schiava di Roma, è solo la dea Vittoria a dover porgere la chioma alla nuova Italia per farsela recidere, come una schiava che gira scocuzzata nell’antica Roma, dove a portare i capelli lunghi liberi e belli sono solo le signore. Insomma: Roma con le sue conquiste rese schiava la vittoria, come ora la vittoria è pronta ad essere schiava della nuova Italia, magari lanciata verso uno strepitoso futuro di autonomia differenziata (fra l’altro con i gattopardi pronti a riprendere possesso dei sacrosanti latifondi). Cose da nulla, cose da pedanti.

Fra l’altro non è la prima volta che il padano inciampa in quisquiglie filo-logiche: qualcuno, improvvido, suggerì negli anni novanta alle camicie verdi il grido liberatore una d’arme, di lingua, d’altare, di memoria, di sangue e di cor, che i solerti si stampigliarono sul braccio con buona pace del Manzoni, gran lombardo, il quale invece quei versi aveva auspicato all’Italia dal Cenisio alla balza di Scilla, in una prospettiva dunque vagamente più ampia della pur meravigliosa valle del Po. Ripeto: cose di nessuna importanza. Del resto pare che in senato, l’altra volta, accanto ai tricolori A4 (Dalla bandiera rossa al tricolore è già un bel passo avanti”, ha chiosato, con spirito schiettamente romanesco, tale senatore De Priamo, fratellino), qualcuno abbia sventolato addirittura Viva Verdi, speriamo per passione giuseppina piuttosto che per velleità monarchiche che davvero troppo ci increscerebbero!

Ma di questi tempi, con questa chiarezza e con tanta cultura di base, uno fa subito peccato senza nemmeno provare a pensar male: un azzecco ope legis più che sacrosanto. Su certe premesse non ci resta che piangere; no, suvvia, non ci resta che sperare nell’autonomia differenziata. Che almeno abbia più successo della raccolta. Ci accontenteremmo.