Film rouge

Film rouge

Non ho capito cosa avrebbe detto di sbagliato il sindaco riguardo alla programmazione del lungometraggio Il testimone del georgiano David Dadunashvili: un film diretto da un russo, interpretato da un attore russo e sostenuto dal Ministero russo della Cultura. Un lungometraggio russo russissimo, non belga, com’era stato presentato o come l’amministrazione torrina aveva capito che fosse e, con ogni probabilità, nemmeno tutto questo capolavoro: sostengono quelli che, pare, lo abbiano visto. Io non l’ho ancora visto e quindi non saprei commentare. Il sindaco, in sostanza, ha detto che lui il patrocinio non lo nega a nessuno, che in passato il Comune ha patrocinato cose ben più controverse e che, alla fine, codesto lungometraggio chi non lo vuole vedere non lo vede e chi invece lo vuol vedere ci va anche con diritto di critica. E ci mancherebbe altro. Sul sindaco e la sua amministrazione sono piovute critiche feroci, al punto da tirar giù Hannah Arendt per far le pulci a tanta leggerezza. A far la conta, sindaco e giunta avrebbero scarsa o nulla conoscenza della vera narrazione di questa guerra (già diventata quella da parecchio tempo, ma è un dettaglio. Il dettaglio non conta, non fa narrazione. Ora va di moda questa parola, narrazione), non sarebbero in grado, giunta e sindaco, di distinguere libertà di espressione da libertà di disinformare e, soprattutto, non hanno il diritto di porre i cittadini, meschini, nella scomoda posizione di dover scegliere tra fantascienza e verità (bello l’articolo di Diego Ghidotti su Standforukraine.it del 15 febbraio). In più il film è una schifezza. Tout court. E quindi?

 

Come e quindi: Bologna, Firenze e Viterbo, per esempio, hanno annullato le proiezioni. Bene, buon pro gli faccia. So, per consuetudine in riva all’Arno, che il Teatro dell’Affratellamento, nelle parole del consiglio direttivo, ha accolto “la gentile esortazione del sindaco di Firenze” a rinunciare, e si è rinunciato. E quindi? Io vorrei chiedere a chi insorge se si possa imporre a un cittadino di non andare a vedere un film discusso, discutibile e propagandistico (perché lo è, no?) se si possa, condannando una dittatura, assumerne la stessa tracotanza e la medesima logica di imposizione. Puoi chiedere all’amministrazione di non concedere il suo patrocinio, proferendo apertamente che per te sarebbe preferibile trasmettere il lungometraggio in un cinema, o dove ti pare, ma non in una sala pubblica: a Bologna l’amministrazione comunale ha dichiarato inaccettabile utilizzare una sede istituzionale. Ottimo (poi però ha aggiunto il complemento di fine per attività di propaganda. Magari il film non l’hanno visto, ma sono kantiani. A priori). Puoi chiedere quello che vuoi, ma non puoi venirmi a prendere da mentecatto dicendo che non devo essere messo nella condizione di scegliere tra verità e bugia, perché così tu mi stai imponendo la tua verità e la tua narrazione, che tra l’altro è un’offesa perché le guerre non si narrano, si vincono o si perdono, ma non si narrano, se no succede come sta succedendo ora, che quella guerra passa nell’appeasement, una specialità gradita a tutti gli zar, di ieri e di oggi.

immagine: vivoumbria.it

Le imposizioni sono tutte brutte, ma più brutte ancora sono le imposizioni democratiche, che travalicano l’intelligenza e offendono il buon senso. Io lo voglio vedere il film, o lungometraggio che sia, e poi io valuterò e deciderò; anche se è una schifezza, perché finché non lo vedo è un capolavoro e una schifezza, è tutte e due le cose, non o una o l’altra, ma tutte e due le cose allo stesso tempo. Per diventare o l’una o l’altra lo devo vedere e del pre-giudizio altrui me ne infischio. Mi dispiace che la comunità ucraina abbia reagito male e senz’altro comprendo il suo punto di vista. Non mi piacciono però i suoi toni, affidati al comunicato Ansa del 14 febbraio, con i quali si comanda all’amministrazione torrina di prendere immediatamente le distanze dall’evento. Uno può dire: nel comunicato Ansa c’è scritto prenda, congiuntivo esortativo. Non lo è; non è un congiuntivo esortativo. E’ un insopportabile imperativo, insopportabile come possono esserlo tutte le presunzioni con cui un pensiero pretende sempre di essere migliore di un altro.