Medoro e la curva “aperta”

A proposito di “Sua Eccellenza” Medoro, di cui parla l’Avocatus Diaboli nel suo ultimo articolo.

Nella primavera 1984, alla guida della mia automobile, fui fermato dai Carabinieri del Nucleo Radiomobile di Foligno sulla SS 3, che all’epoca era ancora a due corsie, poco dopo l’ingresso di Sant’Eraclio, in direzione Spoleto, che mi contestarono di aver sorpassato un camion in zona di divieto.

Mi misi a discutere contestando l’addebito tanto che i Carabinieri, spazientiti, “annullarono” il verbale che avevano compilato riguardante l’infrazione contestata per redigerne uno ex novo in cui mi contestavano il sorpasso in curva, che all’epoca era reato, non conciliabile. Inutile fu recarmi al Comando del Nucleo Radiomobile per discuterne con il Comandante, trovai tutte le porte sbarrate.

Tempo dopo mi arrivò dalla Pretura, retta da Medoro, un decreto penale di condanna a una sanzione di centomila lire. Ovviamente feci opposizione.

Nella primavera del 1985 si svolse l’udienza davanti al Pretore, i Carabinieri in veste di testimoni negarono di aver “annullato” un verbale precedente, io insistetti lamentando che il secondo verbale era stato motivato dalla mie rimostranze, fu inutile portare delle foto della strada. Medoro infatti confermò la condanna, motivandola col fatto che dalle foto era evidente che il tratto di strada in questione era in curva, “sia pure aperta”.

Però non gli bastò, dovevo essere punito: Medoro rimise agli atti alla Procura presso il Tribunale di Perugia ipotizzando a mio carico l’accusa di calunnia a danno dei Carabinieri.

Ci volle il Tribunale di Perugia nel 1986 in grado di appello per sentenziare che una curva, per essere tale, deve avere limitata visibilità e che dunque una curva “sia pure aperta” non è una curva, come aveva sentenziato Medoro, evidentemente senza nemmeno aprire il Codice della Strada.

Dall’accusa di calunnia fui assolto solo nel 1994 in primo grado dal Tribunale di Perugia, essendo stata accertata l’evidenza di un verbale annullato, fatto che i Carabinieri in veste di testimoni continuarono a negare in udienza.

Per l’eccessiva durata del procedimento (praticamente 9 anni) feci ricorso alla Commissione Europea dei Diritti dell’Uomo a Strasburgo che, nel 1998, mi riconobbe vittima di violazione della “Convenzione”, articolo 6 comma 1, e condannò l’Italia a risarcirmi un danno di 20 milioni.

Grazie,  Sua Eccellenza!