Ipocrisia in maschera

Stazione di Roma Tiburtina.

Seduto su una panchina al marciapiede del binario 6, mentre aspetto il treno per Foligno che arriverà da Roma Termini con mezz’ora di ritardo (forse è quello di Mauro Masciotti), osservo passivamente un viaggiatore poco distante, con la mascherina FFP2 infilata su braccio sinistro e un flaconcino di gel disinfettante  appoggiato sulla borsa sopra la balaustra.

Fin qui niente di rilevante, salvo il fatto che quattro anni dopo ci sia gente che va ancora in giro mascherata, persino da sola in automobile.

La reazione scatta quando il suddetto signore inizia a starnutire ripetutamente, accennando a malapena di portarsi la mano alla bocca.

Non mi trattengo e gli chiedo: dal momento che è dotato di mascherina, perché non la indossa e ci starnuta dentro? Risposta: io sono più sano di lei, non ho nulla e la mia è solo allergia, la mascherina la uso solo per proteggermi dagli altri.

Per quanto ruvido, qualcuno che getta apertamente la maschera dell’ipocrisia.

Ci è stata raccontata la favola, fin ai più alti vertici istituzionali, che con la puntura si assolvesse ad un patto non scritto di solidarietà sociale, ponendosi nella condizione di non costituire per altri un agente di contagio.

Peccato che quella puntura, come ha scritto EMA in risposta ad alcuni parlamentari UE con lettera del 18 ottobre 2023 (vedi), sia stata autorizzata al solo scopo medico di protezione individuale dalla malattia e non di impedire la trasmissione dell’infezione.

Questo signore, senza alcun falso pudore, ci ricorda che ognuno, nel bene e nel male, aderendo alle misure imposte di prevenzione e di coercizione, pensa anzitutto alla sua salute e alla sua convenienza.

Altro che favole.