Genuflessi ad ANAS

Sono ormai due anni che per i ciclisti vige il divieto di recarsi in sella da Foligno alla frazione di Pontecentesimo, e di qui proseguire oltre, verso la frazione di Capodacqua o verso il comune di Valtopina, e viceversa. Una vera e propria frontiera ciclabile, in barba al principio della continuità territoriale.

Questo a causa dei segnali di divieto di circolazione ai velocipedi collocati da ANAS (Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane) sulla SS 3 Flaminia dal km 154+600 al km 170+900, divieto che interessa anche il tratto di circa 1.500 metri tra il nuovo svincolo Profiamma Nord a quello di Pontecentesimo. Questo tratto della SS 3 costituisce l’unico tragitto possibile per collegare l’itinerario della vecchia Via Flaminia, salvo avventurarsi in altura, via Cupacci o via Ravignano, con quote, pendenze e dislivelli notevoli, oltre che fondo stradale sconnesso.

Un divieto che, per assurdo, vale per i ciclisti ma non per chi va a piedi, a cavallo, a dorso di mulo o in groppa ad un somaro. Un divieto che, pare certo, me lo disse proprio un geometra di ANAS, sia stato imbeccato da una innominata e non meglio identificata associazione ciclistica, che ovviamente si è guardata bene e si guarda bene dal palesarsi.

Il passaggio per la SS 3 Flaminia, dall’innesto della SP 449/2 in località Palazzaccio fino allo svincolo di Pontecentesimo, era comunque obbligato da sempre, sia pure per un tratto più breve, di circa 500 metri, prima che, nel contesto di un progetto di eliminazione degli incroci a raso sulla SS 3 a due corsie, il passaggio a livello ferroviario fosse soppresso da RFI (Rete Ferroviaria Italiana, Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane), e il tratto terminale della SP 449/2 fosse dismesso dalla Provincia di Perugia, sbarrato da ANAS il suo innesto sulla SS 3 con un cancello, e deviato con un nuovo tracciato verso il nuovo svincolo Profiamma Nord.

ANAS sostiene che i segnali di divieto esistessero già e che pertanto la collocazione di nuovi segnali, anche su tale tratto, fosse legittimata da esigenze di ripristino ove venuti a mancare. Peccato che su tali segnali di divieto, quando collocati da ANAS due anni fa, non fossero riportati gli estremi dell’ordinanza che li motivasse, il che, su istanza della FIAB di Perugia, ha reso necessaria da parte ANAS l’emanazione di una nuova ordinanza a sanatoria, perché evidentemente quella ipotetica precedente non era  reperibile o forse nemmeno esistente.

Comunque sia, ANAS nega che, in precedenza, sullo stesso tratto di SS 3, la circolazione dei velocipedi fosse prevista e consentita. Viene smentita da Google Maps, da cui è possibile rilevare, per il passato, dal 2008 al 2018, non solo l’assenza di segnali di divieto ma, soprattutto, la presenza di segnali di uscita obbligatoria per i velocipedi (vedi immagini in coda all’articolo) sia in prossimità dello svincolo di Pontecentesimo, in direzione nord, che dell’innesto della SP 449/2, in direzione sud.

La stessa ANAS di Perugia non ammette di essere contraddetta, tanto è vero che, avendo io chiesto di conoscere se il provvedimento adottato fosse basato sulla redazione di un documento di valutazione del rischio oppure, in difetto del quale, fosse stato preso “a recchia”, imbizzarrita dall’espressione dialettale, ritenuta oltraggiosa, mi ha diffidato dall’inviare ulteriori istanze, pena azioni giudiziarie nei miei riguardi, sia in sede civile che penale.

Il fatto che il transito ai velocipedi, in quel tratto, sia sempre stato consentito, lo conferma l’esistenza della “Ciclovia Bicitalia 8”, riconosciuta dal Ministero delle Infrastrutture e Trasporti, il cui tragitto interessa proprio lo stesso tratto di SS 3 ora gravato dai divieti in conseguenza dei quali la “Ciclovia” stessa risulta così interrotta, senza che, alla fonte, il relativo tracciato sia stato aggiornato.

Domanda: sapevano ANAS, RFI, Provincia di Perugia, Regione Umbria, Comune di Foligno, a suo tempo, che i lavori da effettuare avrebbero interessato la “Ciclovia Bicitalia 8”? E se sapevano, esiste un atto che ne autorizza l’interruzione senza alternative? Nessuno ha mai risposto, non è dato sapere. Un personaggio del Ministero, competente in materia, da me interpellato telefonicamente, è arrivato a dire che se le ciclovie esistono sulla carta non è detto che debbano essere garantite nella realtà! Sul tema, la deputata folignate Elisabetta Piccolotti, nel dicembre 2022, ha presentato una interrogazione parlamentare al Ministro competente, senza che a tutt’oggi abbia ricevuto risposta.

Nel frattempo, cosa fanno le Istituzioni? Il Comune di Foligno è genuflesso ad ANAS e, non si cura lontanamente di chiedere che tali divieti vengano revocati in attesa di una soluzione strutturale, con la realizzazione di una variante che, al momento, non è ancora stata individuata e che, semmai, produrrà risultati quando in molti, tra i pedalatori, saranno già andati agli alberi pizzuti.

La Provincia di Perugia, ente proprietario del tratto terminale, ora dismesso, della SP 449/2, interessata dalla Ciclovia Bicitalia 8, che pure in una corrispondenza esibita nell’ambito di una interlocuzione, assicurava che il nuovo assetto viario “garantirà il livello di servizio esistente” (dimenticandosi dei velocipedi), declina ogni responsabilità. La Regione Umbria non si pronuncia, anche perché, come mi hanno sussurrato, in via informale, fonti strutturali all’apparato, la “Ciclovia Bicitalia 8” non l’ha tenuta a battesimo. Dal Ministero, dalla Prefettura, come pure dai Comuni di Valtopina, Nocera Umbra e Gualdo Tadino, interessati dal progetto di una ciclovia tra Foligno e Gualdo Tadino (una ciclovia nella ciclovia), nebbia fitta.

Unico segno di vita è pervenuto dal Provveditorato OOPP per l’Umbria del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti, che ha chiesto alla Provincia di Perugia e al Comune di Foligno, in qualità di enti proprietari delle strade afferenti il tratto vietato, di apporre segnaletica di preavviso del divieto e indicazioni e di viabilità alternativa. Richiesta caduta nel vuoto da parte di entrambi, che d’altronde mica potevano indicare di passare da Cupacci o da Ravignano. Che figura ci farebbero?

Insomma, tutti se ne fregano e fanno gli indiani, col risultato che ad ANAS tutto è concesso, genuflessione completa. Sappiamo bene che, con il Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane, tra cui la stessa ANAS, ci sono ben altri e più ampi interessi da coltivare e quindi non è il caso instaurare conflitti per queste facezie.

ANAS che, nel 2019,  “ha aperto al transito degli utenti il 1° Stralcio della pista ciclopedonale realizzata tra Lecco Caviate e Pradello, il cui tracciato fiancheggia la statale 36 “del Lago di Como e dello Spluga” nel tratto compreso tra il km 55 (svincolo di Pradello) e il km 53 (località Caviate)” (vedi).  Due pesi e due misure.

Soluzioni, per evitare di passare da Cupacci o da Ravignano? La più banale è scendere di sella e procedere a piedi per un tratto di circa 1.500 metri, dal momento che non vige divieto per i pedoni, tale è considerato il ciclista che conduce il velocipede a mano, con una maggiore esposizione ed un maggior tempo di percorrenza, e dunque con maggior rischio.

Oppure? In aiuto ci viene il Regolamento di attuazione del Codice della Strada che, all’articolo 104 comma 2, così recita: “lungo il tratto stradale interessato da una prescrizione i segnali di divieto e di obbligo, nonché quelli di diritto di precedenza, devono essere ripetuti dopo ogni intersezione”.

Poiché i segnali di divieto sono posti sulle rampe di accesso alla SS 3 ma non vi sono replicati dopo l’intersezione, sulla stessa SS 3, in assenza di segnali replicati, allo stato della segnaletica, il divieto non vale più, si possono percorrere le rampe di accesso a piedi, conducendo il velocipede a mano (oppure accedere dal distributore di benzina, passando da un sottovia, ma solo in direzione nord), e salire in sella dopo l’intersezione. Insomma, invece di ottenere a tavolino una soluzione ad un problema reale, occorre sempre cercare le scappatoie.

Ho posto il quesito alle autorità competenti, senza ricevere alcuna obiezione, quindi ci passo, e non vedo l’ora che qualcuno mi faccia la multa per sottoporre la legittimità di questo stato di cose al Giudice di Pace. Ci passa, come da sua ammissione, anche l’assessore comunale competente (e inconcludente) per la questione, ma in forma strettamente privata: se lo facesse pubblicamente ed ufficialmente, il problema acquisterebbe ben altra evidenza, meglio ancora se ci passasse pubblicamente ed ufficialmente il sindaco Zuccarini con la sua handy-bike, come da me suggerito. Ma figuriamoci!

Questo stato di cose danneggia non solo i singoli cittadini ma anche quelle attività imprenditoriali o simili che propongono forme di turismo e di valorizzazione del territorio basate sulla mobilità dolce, tra cui appunto la bicicletta… e la Regione Umbria, competente in materia, che fa? Se ne infischia di questa frontiera ciclabile istituita da ANAS, concede ai mezzi a motore di poter scorrazzare sui sentieri, sulle mulattiere, nei prati, nei pascoli e nei boschi… ma ha presentato al BIT il progetto “Cammini aperti’, quelli religiosi e naturalistici. Oltre al danno… la farsa.

 

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