Na vorda era cuscì. Intervista a don Venanzo, cantore della Spello che fu

Na vorda era cuscì. Intervista a don Venanzo, cantore della Spello che fu

Intervista a don Venanzo Peppoloni, parroco e collaboratore pastorale della comunità spellana, al lavoro per dare alle stampe la terza edizione di un libro di culto, amatissimo e scomparso da anni dagli scaffali delle librerie: Na vorda era cuscì.
In vista della pubblicazione ha accettato di incontrarci nella sua casa, raccontando le origini di un volume celebre e senza uguali per  valore documentario, ritraendo minuziosamente la vita rurale e quotidiana di oltre cento anni fa

Ci sono persone che riassumono in sé l’identità di un’intera comunità. A Spello don Venanzo Peppoloni è protagonista e al contempo testimone eccellente della spellanità: quasi 90 anni e una vita vissuta fra la città alta, Vallegloria, e i campi, anzi, la chiusa, dove tutt’oggi zappa i piantuni de casa, nell’amato oliveto di famiglia.

Nato a Spello nel 1934 studia al seminario regionale di Assisi e viene ordinato sacerdote nel 1958. Cultura rurale e classica insieme: alla zappa affianca magistralmente la penna. Nel 1970 si laurea in Lettere classiche a Perugia e nel 1971 si specializza in Paleografia e diplomatica, Archivistica e Biblioteconomia alla Biblioteca vaticana.
Diventa insegnante di materie letterarie e cura la catalogazione del fondo antico della Biblioteca comunale di Spello, censendo inoltre fotograficamente – negli anni – moltissimi beni culturali in chiese, monasteri, ordini religiosi e case private.
Nel 1978 collaborerà alla pubblicazione della prima guida di Spello edita dalla locale Cassa rurale ed artigiana, ma è nel 1981 che pubblica il suo libro più amato: Na vorda era cuscì (con una seconda edizione che vedrà la luce dieci anni dopo, nel 1991), raccolta di proverbi, usanze, canti, tradizioni religiose e folcloriche del territorio spellano.
Nel 2005 segue La Bona Nova secondo Matteo, il Vangelo secondo Matteo in dialetto spellano, successivamente declinato in audio libro. Nel 2015 pubblica gli Statuti di Spello del 1360 in collaborazione con Adriano Tini Brunozzi.
Nel 2016 inizia l’inventariazione catastale in formato digitale di tutti i beni degli enti e istituti della diocesi di Foligno; ricerca che si è conclusa nel 2023.
Sempre nel 2023 pubblica un CD di canti rurali e religiosi; nel suo canale Whatsapp ‘Granellino’ invia a un centinaio di fedeli ogni giorno un podcast e spunti di riflessione, dimostrando grande dimestichezza con la tecnologia.
In questi giorni sta per dare alle stampe la terza edizione di Na vorda era cuscì, una Bibbia antropologica della Spello e dell’Umbria di oltre 100 anni fa, sulla quale lo abbiamo intervistato, andandolo a trovare nella sua abitazione in via Cappuccini.

A casa di don Venanzo Peppoloni. Si ringrazia per la foto la gentilissima Luisella

In attesa della nuova edizione 2024 torniamo indietro nel tempo. Nel 1981 la prima edizione di Na vorda era cuscì. Come nacque l’idea?
Sono figlio di genitori che lavoravano la terra. Tutto il giorno andavano nel campo, eravamo piccoli coltivatori. Decisi di raccontare come viveva chi abitava intorno a noi e faceva il contadino. Diedi al libro un’impostazione calendariale, che ha reso l’opera unica, considerando soprattutto che nell’ ’81 non si parlava mai di queste cose.
Scelsi come primo testimone un nostro amico di famiglia, Pietro Manini, nato nel 1901. A 17 anni perse il padre in un incidente durante la trebbiatura e divenne il capofamiglia. Nel 1955 si trasferì con la sorella e la famiglia del fratello Tommaso (detto Nello) nella proprietà di Umberto Benedetti e Domenico, in Voc. Acquatino. La sorella di Pietro, Maria, sposò Antonio Ricciolini. Il marito morì in guerra mentre era incinta di suo figlio, che chiamò Antonio Ricciolini, come il padre. Nato a Rivotorto di Assisi il 17 gennaio 1916. Antonio si trasferì presso i nonni materni nel vocabolo San Felice di Spello. Conseguì come privatista il diploma di abilitazione magistrale a Perugia, insegnando nelle scuole di vari comuni limitrofi. Lui, insieme allo zio Pietro, è stato fonte e testimone della stesura del libro.
Due persone nate e rimaste sempre sul territorio: questi sono stati i miei primi due testimoni.
Manini stava passando un momento difficile e quando abbiamo cominciato a parlare di questo progetto si è entusiasmato. Mi aspettava 3 volte a settimana, ci siamo visti per 3 anni. Non è stata soltanto un’intervista; dal pomeriggio finivamo insieme alla sera, Pietro voleva giocare a carte.

In che modo ha raccolto queste testimonianze?
Da principio nessuno si ricordava niente. Iniziavano a riferire una cosa, poi ne andavano a citare un’altra. Ma piano piano i ricordi sono riaffiorati alla mente; pensi che Manini la notte quando si alzava aveva delle reminiscenze e scriveva un canto, un proverbio… era completamente preso da questa iniziativa.
Da ricordare anche la Sig.ra Tosca Celli (pensionata, nata a Spello nel 1905) e il Sig. Luigi Fratini (impiegato, nato a Spello nel 1927) per le ricette di cucina; il Sig. Franco Peppoloni, operaio delle FS nato a Spello nel 1927, per le notizie sui funghi e sul patrimonio floro-faunistico del territorio e la signora Mercedes Gentili, nata a Spello nel 1906, per i testi di alcune filastrocche e ninne nanne.

Qual è il valore documentario del libro?
Non esiste nulla di così approfondito sulla vita quotidiana nell’Umbria di oltre 100 anni fa. Abbiamo raccontato tutto, per filo e per segno, tutto. Come si svolgevano i giorni in famiglia, sui campi, nelle feste, tra osservazioni meteorologiche e religiosità ma anche nella superstizione. Manini e gli uomini del suo tempo prendevano parte a tutte le manifestazioni civili e religiose. Senza tralasciare la loro memoria dei canti popolari.

Come si cantava a Spello e in Umbria?
Si cantava ‘a recchia’, usando una mano vicino ai padiglioni auricolari per sentire meglio, da chiusa a chiusa. Il canto nobilitava la fatica, il lavoro. Per fortuna li abbiamo registrati quella volta. Oggi non esistono più, non ci sta più una persona che conosca quella musica. Un fenomeno singolare quello del lavoro sublimato dal canto, che ho inserito in un vissuto espresso fra la saggezza popolare dei proverbi, la culinaria con ricette di cucina povera, la raccolta e la preparazione in cucina di erbe spontanee, la religiosità che talvolta sfociava in superstizione, e anche la medicina popolare.
Su certe canzoni, come Pia dei Tolomei, ho lavorato molto per ritrovarne le tracce. Mi dissero che sopra Nocera, a Morano, ci stava uno che la conosceva tutta. Andai lì una sera, trovai un bambino piccolo, moglie e marito. Spiegai che ero andato perché cercavo il testo della canzone. Quello non aveva testi scritti ma subito si mise a cantare: 54 strofe tutte a memoria. Ci misi un’ora e mezza, fermandolo e trascrivendo strofa per strofa

Spartito e parte del testo della canzone ‘Pia de’ Tolomei’

Nella nuova edizione la parte dei canti è stata implementata
Si. Prima di scrivere il libro avevo cominciato a registrare e a pubblicare i canti popolari più conosciuti. Nel 1979 ho raccolto, inciso e pubblicato il patrimonio canoro rurale del territorio di Spello. La registrazione è stata svolta in forma diretta nelle case dei contadini-canterini già esercitati nelle varie manifestazioni folcloristiche. I canti sono stati registrati dal tecnico Gianni Paradisi e trascritti dal musicologo Giampiero Fazion in forma manoscritta (ndr. Canti dell’Umbria Spello e Circondario, Venanzo Peppoloni e Giampietro Fazion, ed. Recchioni, Foligno 1979)
Nella prima edizione del mio libro del 1981 ho inserito queste canzoni religiose, integrandole con canti legati alle attività rurali come la raccolta delle olive, la potatura o la mietitura.
A fine 2023 è uscito anche un cd, Na vorda se cantava cuscì. Canti rurali e devozioni di Spello. per il quale il Maestro Ottorino Baldassarri, spellano, organista di fama internazionale ha trascritto la primitiva partitura manoscritta in versione digitale. Un disco molto importante per me destinato alla diffusione e perpetuazione di questo particolare settore, finora inedito, del nostro patrimonio culturale. La speranza è che qualche giovane lo ascolti e si interessi a questo mondo che così è stato eternato e che altrimenti sarebbe scomparso.

Don Venanzo Peppoloni al lavoro sulla bozza della terza edizione in uscita nel 2024

La prima edizione fu un grande successo.
Si, il libro andò a scrocco e a ruba (sorride). Davvero lo rubarono prima ancora di essere portato via dalla tipografia. Uno che frequentava la tipografia Mancini e Valeri di Foligno, un dipendente comunale, stava per portarsi via un cartone delle prime copie; lo fermarono sulla porta.  E pensare che, cercando qualcuno che potesse aiutarmi a pubblicarlo, la Cassa Rurale di Spello mi disse che non gli interessava. C’era forse qualcosa di più identitario di un libro così? Lo capì bene invece la Cassa di Risparmio di Foligno che comprese il valore del progetto finanziando la stampa di 2000 copie tenendosene 1000 e dandone 200 ai propri dipendenti. Usammo, per risparmiare, una partita di carta celeste, ‘da zucchero’. “Facciamo finta che sia una carta antica” ci dicemmo. Il successo fu insperato.

Poi la seconda edizione, rinnovata e integrata
Si, anche questa realizzata, dieci anni dopo, nel 1991, grazie all’Associazione Dipendenti della Cassa di Risparmio di Foligno, e presentata dal giornalista Lanfranco Cesari

Arriviamo all’ultima edizione che vedrà la luce nel 2024. Quali novità rispetto al testo originale?
L’edizione che uscirà a breve includerà le partiture originali dei canti, trascritte dal Maestro Baldassarri e un cd con le incisioni, per le quali ringrazio i cantori e i musici della Filarmonica Properzio di Spello. In questa edizione le foto a colori saranno molte di più e non fascicolate insieme ma ad accompagnare il testo. Inoltre ci saranno molte più tavole e foto raffiguranti le erbe spontanee, 250 modi di dire e circa 200 proverbi in più.

La cappellina di famiglia e la lapide di ‘Bonnanzone III’

Non vediamo l’ora di leggerlo.
Chiudiamo con una curiosità: è vero che ha già costruito la sua tomba, con tanto di lapide al cimitero di Spello? Con su scritto “Bonnanzone III”?
Eh si. Bonnanzone era il mio soprannome e sono il terzo in famiglia a portare il nome Venanzo. Un modo come un altro per esorcizzare la morte. Mio nonno si chiamava come me, arrivò il giorno del suo funerale. Sparii dalla vista dei familiari…tutti mi cercarono per un paio d’ore. Mi ritrovarono al piano di sopra, in camera, vicino al letto dove stava nonno; ero nella bara, a terra, a braccia conserte e occhi chiusi; sarò rimasto così per un paio d’ore….
Ecco, vede? Questo è il mio loculo (mi mostra le foto della cappella funebre di famiglia con la ‘sua’ lapide); quando sarà il momento scriveteci sotto: “È tutto sonno arretrato”. Finora non l’ho usato, per fortuna. Del resto… “anche la prescia vole lu tempu sua!”