Apologia di San Feliciano

Apologia di San Feliciano

San Feliciano, martire cristiano sotto l’imperatore Decio, fu incatenato ad una biga e trascinato dai cavalli al galoppo. Vescovo di Forum Flaminii ed evangelizzatore dell’Umbria, fu eletto a patrono della nostra città. Papa Leone XIII lo esortava a difendere Foligno “che nessuna arroganza e nessuna insidia dei nostri tempi folli possa mai distruggerla!”.

L’apostolo fu una pietra miliare del messaggio cristiano dei primi secoli, un cristiano in via d’estinzione. Tale e quale a quelli descritti verso la fine del II secolo da un ignoto autore di una lettera in lingua greca indirizzata al procuratore Claùdios Diognètos, pervenutaci in un solo manoscritto pubblicato nel I592 dall’umanista Henri Estienne. Ho domandato ad un principe della Chiesa incontrato (circostanza fortunata) per caso in vacanza: “Eccellenza, come si distinguono i cristiani di allora da quelli di oggi?”. ADR: “Dei primi si sono perse le tracce, non fosse altro perché non si dichiaravano come fanno i secondi, campioni di una dottrina umana”.

Ci sono rimasto di stucco, ma poi ho tirato le mie vaghe conclusioni. I primi erano di carne ma non vivevano secondo la carne. Mi piace immaginarlo così il patrono preso in prestito da San Giovanni Profiamma, come quei martiri misconosciuti, condannati e massacrati (che in tal modo acquistavano la vita). Uno che mancava di tutto e sovrabbondava di ogni cosa, così disprezzato che nell’altrui disprezzo non poté fare a meno di raggiungere la gloria. “Uno escluso per rinascere alla vita”, come ci ammaestrava durante l’ora di religione Don Angelo Lanna, se la memoria non m’inganna.

(Foto di copertina via Wikipedia)