Aspettando Sanremo

Aspettando Sanremo

Che belli erano quei Sanremo senza auto-tune. Quelli in cui si cantava davvero.
Ogni tanto i cantanti prendevano le stecche e alcuni giornalisti non aspettavano altro, per poi “steccarli” pure sul giornale. A sentirli cantare, molti, ma per fortuna non tutti, i cantanti di oggi sembra che abbiano ingoiato un palloncino di Elio. Non quello delle storie Tese, ma il gas nobile, quello che nella tavola periodica è indicato con il simbolo He.

A questo punto dell’anno, dai ricordi che ho come inviata al festival per 10 anni, nelle redazioni dei quotidiani nazionali, nei mensili, settimanali e web “ardeva l’aria”, permettetemi questa citazione Quintanara, che rende l’idea.
Ogni cosa era considerata una notizia, pure la pieguzza sulla giacca del conduttore.
Da che ho memoria Sanremo è una cosa che fa parte di noi, della nostra storia, quasi come il nostro Dna. Spesso alcuni amici inglesi, o francesi trovandosi in Italia nel periodo del festival mi hanno detto: “Ho provato a guardare il Festival ma non capisco proprio cosa ci trovate voi italiani in questa spazzatura.

E grazie tante…voi avete i Beatles, o Annie Lennox, e i francesi Edit Piaf, o George Brassens. E noi? Nonna diceva sempre che Gesù manda li panni a seconda de lu friddu, a noi ha mandato Sanremo. Si vede che ce lo meritiamo.

Comunque, a parte questo, per il Festivalone si partiva o in treno o in macchina. Del mio primo Sanremo ho una memoria nitida. Primo perché il conduttore era Mike Bongiorno. Sì signori, il grande Mike con il primo valletto della storia Piero Chiambretti e Valeria Marini. Secondo perché il viaggio in treno era durato quasi quanto una traversata dagli Appennini alle Ande. E data la lunghezza imparai a memoria tutti i nomi dei cantanti e delle canzoni, tra big e nuove proposte, per accorgermi con un sospiro di essermeli dimenticati tutti, o quasi, appena scesa dal treno.

Al di là di quello che si potrebbe pensare, ai giornalisti non è concesso andare in sala, a meno che non ci sia una sessione di prove; oppure previa una richiesta formale che vi autorizzi a sedervi sui velluti rossi (eddai, diciamolo…come una splendida cornice, i velluti rossi sono un must) dell’Ariston.

Il palco dei giornalisti è il Roof. La terrazza del teatro alla quale si accedeva, e credo tutt’oggi sia così, attraverso un ascensore stretto stretto. Che, soltanto ad arrivarci, si provava un senso di conquista misto a piacere e soddisfazione per essere riusciti a entrare all’Ariston con un pass. Tra artisti improvvisati per strada imitatori dell’ultima ora, maghi, prestigiatori e ali di ragazzine che affollavano le strade – magari perché stavano aspettando i Thake That -, Sanremo sfoderava il suo fascino. Si passava tra le transenne con assoluta fierezza, sfoggiando il pass che ti permetteva di andare là dove gli altri non potevano: solo per accorgersi, durante il tragitto, che i tuoi timpani stavano piuttosto bene, nonostante due etti di cellule uditive perdute grazie alle urla delle ragazzine che aspettano i Thake That. Dopo la prima serata, di tutte le canzoni in gara ti rimane in testa solo una strofa.

Il problema quando conosci una sola strofa è che dopo un po’ diventa ripetitiva, come nel caso di “Fiumi di Parole” che il festival lo vinse del 1997, tra fiumi di polemiche. Che però con polemiche non fa proprio rima. Ma immaginate la mia soddisfazione quando mi resi conto che, se cambiando il vocabolo parole con un altro termine, ad esempio viole, o meglio braciole, si aprivano immense possibilità: potevo creare circa 47 rime diverse: nocciole, guacamole e via dicendo, tanto per restare in un tema a me caro come quello culinario.

E comunque “Fiumi di Braciole” potrebbe essere un Hit nei rioni della Quintana. Avrei potuto liberare la mia vena creativa, entrare nel mondo dei parolieri italiani, ma mentre mi accingevo a comporre l’ennesima rima, pensai che era Febbraio, e che quella più appropriata fosse senza dubbio quella con “castagnole”. Per l’eccitazione che mi assalì abbandonai le mie velleità musicali e corsi alla prima pasticceria per mangiarne una. Insomma, quello fu un anno che tutti ricorderanno, non solo per Chiambretti vestito da angelo – che per poco non si scapicollò sul palco attaccato alle funi -; ma soprattutto per i fiumi, in questo caso non di parole ma di inchiostro, che si ebbero a dire sul come mai due perfetti sconosciuti vinsero il festival. Successe anche nel 2000, ma quella volta fummo tutti felici e la sala stampa esplose in un grido di gioia degno di un gol al 90′ nel derby romano. Perché nel 2000 a vincere furono gli Avion Travel, ma questa è un’altra storia che racconterò in seguito.

Durante tutta la sua lunga vita, il Festival di Sanremo è sempre stato l’evento più atteso dopo il binomio Natale-Capodanno e prima del Carnevale. L’evento che tutti ripudiano come i calzini dentro i sandali dei tedeschi, ma che poi tutti guardano indistintamente. Tra cene fra amici al suono di “daje, allora ognuno porta qualcosa e vedemo Sanremo!” e cenette familiari con i nonni al seguito che ci ricordano di Mino Reitano e Fred Bongusto, mentre il figlio dei Pooh canta “Bella di padella”. Certo, mi sarebbe piaciuto chiedere a mia nonna cosa pensasse di Sfera Ebbasta o di qualche altro trapper. Ma la verità, signori, è che Sanremo, anche se ha una certa età (è nato nel 1951), è sopravvissuto fino ad oggi in barba a programmi musicali di pur grande spessore.

Perché la verità è questa: il Festival ci piace. Sanremo è così: una lacrima sul viso, una terra promessa, la Terra dei cachi, un bicchiere di vino con un panino, la Felicità, un Gelato al Cioccolato, per i ricchi e per i poveri. Ci piace il Festival diciamolo pure, e piace pure a quelli che lo “schifano”. Ci piace perché è meravigliosamente privo di talento musicale (a parte qualche stella che ogni tanto brilla lontano), ci piace perché è povero di canzoni di spessore, di spettacolo; perché tutti salgono su quel palco come in una partita di scapoli-ammogliati e la palla si dirige in ogni dove. Sanremo è Sanremo. Meravigliosamente trash, e per questo meravigliosamente italiano.