A chi parla la politica locale?

A chi parla la politica locale?

Snaturando un poco il titolo del film dei fratelli Coen, l’Italia è “un paese per vecchi”. In questo panorama, una città come Foligno risente anch’essa del saldo demografico negativo. Secondo dati ISTAT e Censis, nel 2050 gli under 35 saranno il 29% della popolazione mentre al primo censimento svolto in Italia nel 1951 costituivano il 57% del totale. È sufficiente pensare che, se qualche decennio fa potevamo contare e conoscere uno per uno i centenari d’Italia, ora sono più di 20mila. Una tendenza, quella della senilizzazione, ormai consolidata che si ripercuote in modo evidente sulla platea che partecipa agli eventi politici locali. Basta osservare intorno per vedersi circondati da Penne Bianche alla Fabrizio Ravanelli, spesso se non li si vede vuol dire che forse ci si deve guardare allo specchio per scoprire, malauguratamente, la propria canizie. Nell’evento tenutosi lo scorso venerdì 3 maggio alla sala rossa di palazzo Trinci, oppure ad altri eventi organizzati da liste locali, ho potuto notare con facilità una scarsa partecipazione dei giovani. Non entro nel merito dei contenuti degli incontri, i quali verranno giudicati dagli elettori, ma mi piacerebbe analizzare il pubblico presente.

Mentre ascoltavo gli interventi mi chiedevo: “A chi parlano? Chi potrà raccogliere queste parole per poi trasformarle in realtà nel futuro? Quel signore che si tiene in piedi a fatica appoggiandosi al bastone? Perché mi guarda così male? Forse si è accorto che lo sto fissando, ok meglio guardare altrove”. In ogni caso, è gioco forza che l’interesse dei candidati si riversi sulla fascia degli over, d’altronde sono questi a smuovere la partita elettorale e non gli under che, essendo meno numerosi e meno partecipi, risultano dei personaggi di secondo piano. Trovo piuttosto bizzarro parlare di incentivi alla natalità, opportunità di lavoro per i giovani ad un pubblico in sala che, anche volendo, da molti anni è impossibilitato a mettere al mondo figli e figlie. I politici di turno si ritrovano a parlare di transizione digitale, futuro sostenibile e occupazione giovanile a una marea di anziani, riducendo enormemente la portata di quanto viene detto. Si parla ma non si capisce bene se ci sia qualcuno che ascolti. Ricorda un po’ l’iconica scena di “Tre uomini e una gamba” in cui Aldo urla e si lamenta al telefono per poi riferire agli altri che la linea era occupata e non c’era nessuno ad ascoltarlo dall’altra parte.

Cosa fare? Massimiliano Valerii, direttore generale del Censis, in un articolo scritto per Limes descrive un quadro sociale in cui il rancore è il sentimento predominante in Italia. Rancore dato dal fatto che “L’ascensore sociale si è inceppato: scende, ma non sale”. La promessa secondo cui i figli sarebbero stati meglio dei padri sembra sia stata infranta. Eppure, mai come adesso i giovani sono stati così tanto istruiti e dotati di specifiche competenze, ma non sembrano avere la forza politica per rappresentare le istanze che li riguardano. Allo stesso modo, un bacino elettorale così esiguo non raccoglie l’interesse dei politici, i quali guardano ad altre fasce d’età con maggiore interesse. Eppure, il dato sull’astensionismo negli under 35 è solo leggermente superiore a quello degli over. Perciò, in linea teorica, se i giovani decidessero di andare a votare in massa potrebbero effettivamente spostare gli equilibri. D’altronde ritengo sia più accessibile puntare su un giovane indeciso e scontento, piuttosto che convincere un over con gli stessi sentimenti negativi a tornare alle urne dopo anni che non lo ha più fatto. Chi riuscirà a portare i giovani alle urne potrà dire di aver salvato la partecipazione politica, magari assicurandosi anche la vittoria finale.

Bibliografia:

Limes, Vivere senza domani di Massimiliano Valerii, Una certa idea di Italia, 2/2024.

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