Litolalìa

Litolalìa

Un caro amico, Architetto noto in città, lo ripete spesso e convintamente: le pietre parlano. Ma poiché, beata mineralità, esse non hanno creditori da quietare né giustificazioni da fornire al proprio medico curante per le riserve di colesterolo stoccate nel sangue durante le feste, il loro esprimersi viene modulato attraverso una particolare forma di continenza verbale.
Insomma: per parlare, parlano. Ma non sempre e non di tutto. Soprattutto: non con tutti. Occorre una particolare virtù per porsi in loro ascolto.
Poiché questo del Gran Caffè Sassovivo si mostra come luogo di espressione più virtù-ale che virtuale, vi farò il favore di ritrasmettervi una storiella della tradizione folignate udita dalla viva voce di una di queste. La narratrice è una vecchia e crepata pietra del Caffè Sassovivo, liberata in occasione dell’ultima recente ristrutturazione da quel bavaglio d’intonaco ammuffito che per anni l’aveva silenziata. Una pietra derrempiticciu, da scoperchiatura, lì posta da uno scalpellino frettoloso per una riparazione che nelle intenzioni doveva essere temporanea, ma poi divenuta – come spesso accade – permanente.
Non una pietra d’angolo, per capirci. Ma è proprio da queste, dalle pietre meno nobili, che è possibile cogliere quella verace e piccante malizia, vero godimento per noi inguaribili ricercatori di ricordi sepolti. Ecco la storia.

Le pietre, per parlare, parlano. Ma non sempre e non di tutto. Soprattutto: non con tutti.Occorre una particolare virtù per porsi in loro ascolto.

L’interno del Teatro Piermarini in una foto del 1912

Il Teatro Piermarini e la Lucia di Lammermoor

Gennaio 1933. All’interno del Caffè vengono fatti accomodare alcuni distinti personaggi locali. Tra loro si riconoscono un distinto commerciante di stoffe con bottega in centro, un anziano avvocato e un giovane impiegato del Comune, fresco di nomina.
Fuori, una sferzante tramontana solleva in spirali il nevischio che con il crepuscolo è tornato a cadere.
Dentro al caffè un chiacchiericcio profondo e instancabile, impastato con nuvole di fumo e ritmato dal tintinnio dei bicchieri di vetro, trasportati in vassoi e smistati tra i tavoli con funambolico equilibrio.
I tre convenuti sono conosciuti, tra le altre cose, quali membri storici del Circolo del Teatro cittadino.
“Una grande opera lirica, Sor Vincè: tutti ne devono parlà. Per anni”.
“Propongo i grandi temi. Con i classici non si sbaglia mia. Come il Nabucco, con quella famosa compagnia lombarda”.


“Lasciate perde Sor Vincè” rincalza il pubblico posto fisso, sorbendo a piccoli sorsi il suo caffè al vapore. “L’hanno fatta a Perugia l’anno scorso. Dopo succede come tre anni fa, per l’Aida: ce dicono che semo boni solo a copià li cartelloni e ce pjano per naso.Ce vorrebbe qualcosa de novo..de mai visto”.

“Ma per carità”, quasi urla il Sor Vincenzo, scuotendo i baffoni ancora umidicci. “Se cominciamo co le novità moderne che gnisciunu capisce, sai come va a finì?”

“Come va a finire?”, chiede compito l’Avvocato, più contrariato che incuriosito.
“Va a finì che tra un pò d’anni al posto del Piermarini ce aprono ‘na gelateria”.

“Questo non succederà mai!”, risponde perentorio l’Avvocato, rispedendo al mittente le predizioni funeste di quella Cassandra.
“Allora facemo cuscì”, suggerisce il giovanotto. “Proponiamo un’opera nota, ma poco rappresentata negli ultimi tempi. La Lucia di Donizzetti”.
L’Avvocato e il Sor Vincenzo, dopo rapida occhiata, scoppiano in duplice fragorosa, asmatica risata.
“Beh? Che ve ridete?”.

“Giovane amico”, si appresta a spiegare l’ Avvocato con tono paterno. “Forse non sapete che, non molti anni fa, l’opera che suggerite fu rappresentata proprio nel nostro bel teatro”.
“E quindi? Non raggiunse il successo sperato?” chiede il giovane.
“Beh, accadde di peggio. Quando entrò in scena il tenore cantando “Dov’è Lucia”, dal loggione qualcuno con voce più stentorea della sua gridò: A COJE L’ULIA! Lo spettacolo fu interrotto e ci volle più di un’ora per riportare il dovuto silenzio in sala“.
A questo punto del racconto dirompo anche io in una scrosciante risata, scaturigine di un’ insaziabile fame d’aria che mi costringe ad uscire dal locale in ristrutturazione per riossigenarmi, lasciando la mia pietra narrante sospesa, “di sasso”.
*
Ci saranno altre occasioni per ascoltare dalle pietre di questa città le storie di quella dissacrante goliardia folignate che, complice l’assordante silenzio della solitudine digitale, nessuno sembra più voler ascoltare.
Caro Architetto Balucani, avete ragione Voi: le pietre parlano, ed oggi il Sasso è più Vivo che mai.

Lu Cuccugnau