Io, Vasco Rossi e il termosifone

Io, Vasco Rossi e il termosifone

Alzi la mano chi non ha mai sognato una vita esagerata come Steve McQueen, piena di guai, dove non dormi mai. Insomma, Una vita spericolata?
 Nel 1983 Sanremo lo guardavo a casa di nonna. Ci mettevamo sulla poltrona rossa che era di nonno e giù a commentare il Festival tra risate, frappe e castagnole. Nel 1983 Vasco Rossi cantava sul palco dell’Ariston questa canzone che tutti considerarono allora un fallimento, ma che poi si rivelò essere quella che permise al rocker emiliano di vincere il suo primo disco d’oro.

Insomma, nonna ci aveva visto lungo, come sempre del resto. “Questo è forte”, mi disse mentre si esibiva il Blasco. In realtà la prima volta fu l’anno precedente, nel 1982, con Vado al massimo. Di quell’esibizione a memoria di gente si ricorda la ribellione di Vasco Rossi, che non solo cantò fuori sincrono in dispetto al playback imposto dagli organizzatori ma abbandonò il palco portandosi via il microfono.  Altro che Bugo e Morgan.

Se questa è storia, ce n’è un’altra che vorrei raccontare. Siamo nel 2005. 
Sanremo pullula di star e Paolo Bonolis, allora conduttore, chiama Vasco Rossi come super ospite della serata finale. “Questa sera si vivrà un’altra emozione forte”, disse in apertura. “L’emozione di un grande ritorno, un ritorno importante, che per me è motivo di gioia immensa”, dirà il conduttore in apertura di serata.
L’arrivo di Vasco in riviera scatenò un’isteria generale tra i giornalisti della sala stampa. Vasco non concedeva interviste. Niente. Niet. Caput. Zero. L’ufficio stampa di Vasco era stato molto chiaro: “Vasco non parla e non parlerà con nessun giornale”. Nessuno sapeva dove alloggiasse, per quanto ne sapevamo poteva anche essere a Nizza o Ventimiglia. Su dove fosse il Blasco c’era riserbo assoluto.

Feci il giro degli hotel chiedendo a tutti il favore di dirmi se per caso Vasco era uno dei loro ospiti. Provai persino con nomi tipo Pocaontas, o Biancaneve, un po’ come Hugh Grant in Nothing Hill. Ma niente. Ero disperata. Dovevo trovare il modo di strappare a Vasco Rossi una intervista così la poteva avere solo il mio giornale. Insomma, avrei avuto uno scoop. Più che scoop giornalistico, però, ebbi un scoop di gelato, disperatamente seduta sulla panchina del porto sotto il sole tiepido della città dei fiori. La mia ultima speranza era riposta all’Hotel Royal. L’ultimo della lista. Con manovre di corruzione degne dei politici più consumati, cercai di convincere il povero usciere a dirmi la verità, se Vasco fosse alloggiato lì o no.

Stordito da una quantità di domande a raffiche di mitra, da un’interpretazione teatrale da Oscar (del resto è un vizio di famiglia, visto che mia sorella è una attrice) alla quale mi abbandonai piangendogli davanti “mi scusi ma se non porto questa notizia mi cacciano dal giornale”, (a saperlo che non mi avrebbero rinnovato il contratto col cavolo che lo rifarei). Comunque l’usciere, impietosito da cotanta disperazione, mi fece l’occhiolino e mi disse “suite”.

Poi con la mano fece il segno del 5. Entrai nel tornello dell’hotel come Clark Kent quando diventa Superman. Salii al quinto piano. Il corridoio finiva in poche suite, tutte a portata di vista da un angolo dietro lo stipite della porta dove c’era un termosifone, una finestra e una bella tenda dove mi sarei potuta nascondere, saltando fuori al momento opportuno per strappare a Vasco almeno una battuta.

Non ricordo quanto tempo rimasi accucciata dietro allo stipite con le ginocchia sulla moquette, con lo spigolo del termosifone (caldo, per altro) conficcato nel fianco. Quando si apre una porta e…Siiiii!; come Gollum con il suo “Tessoro, tessoro, tessoro”. Dalla stanza a fianco uscì un bambino tutto vestito elegante, con un pupazzo a forma di mucca tra le braccia (maledetta mucca!). No. Bambino, no. Sono tre ore che sto qui, non puoi farmi questo. Mi indica col dito e sulle prime non dice niente. Cerco di fargli cenno di stare zitto.  Zitto, per carità! Che oltretutto non mi sento più le ginocchia. Il bambino, posseduto come nell’invasione degli ultracorpi, punta il dito e, urlando per il corridoio, fa uscire tutti dalle suite gridando che

“nascosta in ginocchio, dietro la tenda vicino al termosifone, ci sta una signora che vuole mangiare la mia mucca!”

Maledetta mucca, ma chi ha detto niente della mucca. Ovviamente il casino fu tale che uscirono tutti dalle stanze, Vasco compreso, e con lui l’addetta stampa che mi invitò caldamente ad andarmene. Maledetta mucca! Alla fine Vasco salì sul palco. “Una volta scappavo”, disse Rossi, “sono tornato a Sanremo perché ti voglio riconsegnare il microfono che ho portato via vent’anni fa”.

Mentre Vasco intona Vita spericolata e tutta la sala stampa si unisce in un coro di abbracci e canti, nella mia testa serpeggia la canzone della mucca Carolina. Altro che vita spericolata, vita esagerata come Steve McQueen, piena di guai, dove non dormi mai. Il quel caso, quel giorno, la mia vita fu più come un misto tra Valerio Scanu, “in tutti i laghi in tutti i luoghi”, e Povia con “le mucche fanno muuu”, ah no, erano i bambini. Insomma, maledetta mucca. Fosse stata almeno quella di Atom Heart Mother.

(Immagine di copertina via Vasco Rossi, rekord botëror në shitjen e biletave për një datë të vetme koncerti | Portali Vizion)