I tigli di via Oberdan

I tigli di via Oberdan

Prima serata di Sanremo, si scrive tutto attaccato, al contrario di quanto si legga nei social ad opera degli agiografi da tastiera. Il Topino “scorre lento frusciando sotto i ponti, la luna splende in cielo e dorme tutta la citta”, davanti alla televisione, manco a dirlo. Esco per andare a studio dove ho dimenticato un fascicolo d’udienza. “Le strade son deserte e silenziose, è spenta anche l’insegna di quell’ultimo caffè”. Foligno si offre al primo malintenzionato che ambisca a mettere a segno indisturbato la spaccata di turno a danno delle vetrine del centro, come capita anche senza la concomitanza di Sanremo.

Chi t’incontro in via Oberdan? Non l’uomo in frak “con il cilindro e il cappello” ma un mio compagno di scuola che fa fare due passi al cane. Ci tiriamo su il bavero del cappotto, aggiustiamo la gardenia nell’occhiello e scivoliamo piacevolmente nei ricordi. Io con le mani nelle tasche e lui con la bestiola al guinzaglio, che sembra disposta a spendere più energia di quella che avrebbe potuto impiegare mingendo alla base della pianta più vicina. Ci trascina di tiglio in tiglio fino a quando raggiungiamo quelli (tre per l’esattezza) che di propria iniziativa ha rimpiazzato Maurizio Salari in luogo degli altrettanti abbattuti dalle precedenti amministrazioni. Sul punto è inutile sottilizzare. Salari è un uomo pratico, uno di quelli che vorrebbero trovare del mondo le cause e gli effetti. Se cade un torrino lui te lo rimette in piedi, se segano un tiglio di troppo te lo ripianta. Ma è anche un inguaribile romantico. Un incurabile idealista, come dico al mio interlocutore, svelandogli che il motivo vero per cui Mauro (preferisce farsi chiamare così) si è offerto alla piantumazione è che quando era ragazzo tra quei tigli e le mura medievali ci giocava ad accostarella.

Bello no? In ogni caso, miscendo le cause e gli effetti nell’unico tumulto in cui tutto è cagione di ogni cosa (al di là dei tritumi e delle banalità meditate dagli zelanti funzionari per rendere più gradevole l’arredo urbano) non fosse stato per Salari quelle tre aiuole sarebbero rimaste vuote. Come le ricordo per una decina d’anni dopo l’eccedente abbattimento. Lo dico al mio compagno di scuola il cui cane nel frattempo ha lasciato alle rinnovate alberature il suo fisiologico apporto. La deformazione professionale mi ha fatto pensare ad una massima tratta da Ulpiano (De Iustitia) Ius naturale est quod natura omnia animalia docuit: (diritto naturale è quello che la natura insegnò agli animali). Mentre si abbassa per raccogliere il fumante regalino gli auguro “bonne nuite, bonne nuite, buona notte” e me ne torno a casa fischiettando una vecchia canzone di Modugno.