ABBASSO SANREMO

ABBASSO  SANREMO

Qualche anno fa nel settimanale Panorama mi capitò di leggere, a proposito del festival di Sanremo, che tutti lo criticano, ma poi tutti lo guardano. Embè no; me la presi a male, perché io il festival della canzone italiana non lo guardo proprio. E non leggo nemmeno Panorama. Mi fu sufficiente qualche spezzone dell’edizione, credo, dell’ottantadue (anno poi trascorso direttamente nel catalogo leggenda causa Sarriá di Barcellona, quando Pablito distrusse ogni fantasia carioca; per non dire poi delle velleità di potenza teutoniche, qualche sera appresso), edizione canora, dicevo, della quale ricordo tale frate Cionfoli, che ringraziava, e un presentatore gioca jouer di cui non mi sovviene il nome. Panorama, invece, l’avevo sfogliato dal dentista, perché Panorama lo trovi (anche) dal dentista, variamente arricciato ai bordi, ma non per febbrili consultazioni, quanto per nervosismi pre-trapano. In genere, fra l’altro, dai un’occhiata a Panorama perché qualcuno, nel salottino d’attesa, ti ha soffiato Quattroruote, questa è la verità, se no col cavolo.

Comunque, a proposito del tutti lo criticano ma poi tutti lo guardano, tanta sicumera sull’animo umano nereggiava in corsivo sotto il sorriso durbans del piccolo grande amore, che faceva il presentatore, evidentemente, insieme alla svizzerona delle mitiche Tic Tac, ma anche di lei non ricordo il nome (ricordo il nome delle mutande che indossava per un’altra reclame più di trent’anni fa, ma non vale. S’era giovani, allora). Ho accennato ai presentatori, così si può risalire all’anno del responso oracolare sulle virtù italiche (e provinciali) di deprecare e gradire all’unisono; alle volte a qualcuno interessi. Ho visto che anche in questo giornale si è dato spazio ai canori in riviera; credo sia molto giusto, perché qui c’è la gioventù e la gioventù ha sempre ragione per contratto. Io però il festival della canzone italica non l’ho mai digerito nemmeno da ragazzo. Non perché preferissi i Led Zeppelin, che non mi sembra siano mai sbarcati da quelle parti, oppure il mitologico Angus con tutta la truppa thunderstruck, o i Lynyrd Skynyrd che a metà degli anni settanta mi pareva di stare al sole degli Stati del sud cantando a squarciagola Sweet home Albama, e invece stavo col mio chopper in via Piave, a fare il ciclocross. No, questo non c’entra niente; ero capace d’incantarmi imbambolato alla Casta diva di Maria Callas ma, buon Dio, mi piacevano pure i Figli delle stelle e m’incuriosiva un cerbottaniere delle case popolari che s’era messo in testa di imparare il testo di Stella stai, e lo canticchiava mentre andava in bici, essendoselo trascritto su un foglietto. Il testo di Stella stai, non so se mi spiego! Colorando il cielo del sud, capito? Colorando un figlio si può dargli i tuoi se no, se no e via scivola scivola una trentina di volte e ciao Canadà. E’ un miracolo come la mia generazione sia sana di mente.

 

Ma non c’entra nemmeno questo. Per me Sanremo è un’isteria (ben studiata) e non mi piace. Non mi piace per il battage che lo prepara e lo segue (i giorni appresso, se non sei lesto col telecomando, te lo ritrovi su Rai Premium prima di don Matteo), non mi piace perché è noioso, dura troppo (per me, che non l’amo, dura troppo pure la giostra folignate. Dura troppo, troppissimo; non ci vo da quando vincevano Bolero, Corsaro e Piccolo Fiore); non mi piace perché poi le canzoni destinate a restare arrivano penultime, tu-du-du, con la presunzione di fermarle al Roxy Bar e perché chi vuole andare al massimo a Sanremo arriva ultimo. E forse questo è l’unico dato positivo della pruriginosa sagra canora: se arrivi penultimo o ultimo, sta’ sicuro che avrai una carriera strepitosa. Non mi piace Sanremo per i carnet di anchorman e comparsate varie, perché non c’è mai niente di musicalmente sconvolgente, se no giungerebbe anche alle orecchie di chi non lo guarda, perché ci fanno pernacchioni politici che vorrebbero essere simpatici, e invece restano municipali e stantii, perché io il canone alla rai per il festival di Sanremo non lo vorrei pagare.

 

Rai tivvù ascolta, ti propongo una cosa: fammi pagare il canone solo per i programmi che voglio vedere. Guàrdati le private, mi risponderai. Ci sto: ma allora non mi far pagare il canone tout court. Io il canone lo pagavo volentieri per Piero Angela, ma non per Sanremo, buon Dio; il canone per Sanremo è un furto, meglio don Matteo. E non mi venire a parlare di nazional-popolare, sempre con questa tiritera dell’italianità, dell’evento collettivo e quindi coinvolgente, del selfie su noi stessi, dell’effetto collante, dell’edizione storica e minchionerie varie. Fascino indiscreto dell’aggettivo, che lascia la porta aperta allo stupro linguistico degli elzeviristi nazional-dionisiaci: edizione storica. La rivoluzione francese è una bagattella rispetto a Sanremo e alla sua edizione dimensionalmente storica. Buon per il circo discografico, che si frega le mani. Contenti voi. Io prendo in prestito dal mitico ingegner Covelli, lui davvero nazional-sincero, la clausola sontuosa con la quale seppelliva il consueto e barbosissimo natale vanzinian-pagano: anche ‘sto Sanremo se lo semo levato da le palle!