Zefiro soffia e il bel parco richiude

Zefiro soffia e il bel parco richiude

A me dispiace sempre quando un albero viene abbattuto. Anni fa, al tempo della costruzione della novella scuola di via dei Molini, smossi mari e monti (bhè via: stagni e collinette) per salvare tigli e cedri del giardino, salvo poi cantarne funereo canto in pagine gazzettiere irrevocabilmente trascorse. Ma lì c’era l’opera da rinnovare per novelli germogli d’ingegno. Ora invece, da qualche tempo per la verità, un furor securide sembra percorrere i viali cittadini e le strade in periferia. Il ticchettio di Igea la prosperosa sbarba e scocuzza; ma più spesso l’orrenda pernacchia di Atropo l’implacabile sega ed abbatte. Allo schianto di un albero avete mai posto orecchio? Quando cade a moncone o ceppaia, la terra ridà un tonfo attutito. Io penso che la terra si ritiri per rispetto, per accogliere al volo quei pezzi di vita, quei frammenti di dialoghi finiti anche loro, irrevocabilmente. La segatura come uno sparso alfabeto. Se invece l’albero perde i sensi per tacca profonda, lo schianto ha un suono d’orrore, uno stacco che incute timore e vergogna.

Novembre 2017. Pioppo prima della fucilazione. Località Casone. Foto dell’autore.

 La nostra è una città ventosa, è questo il busillis. A guardare i pini dei Canapè s’intuisce quali traiettorie eoliche siano e siano state le più frequentate. Non si tolse la sghizzona dalla piazza perché Borea se la spassava a spruzzare i passanti? Ora che Chione gira al largo, scarrozzano comunque venti da un quadrante (caldo) a un altro, ma non più di un tempo, quanto a rabbia. E allora pagano gli alberi, che nel frattempo fra scirocchi e tramontane sono venuti su e se cadono rami o cedono tronchi è colpa loro. Per questo, forse, lungo lo stradone di Casevecchie, lato Casone, la fila dei pioppi è stata fucilata senza pietà; non restano che monconi rasoterra sui quali rara trascorre la lucertola assolata e, intorno, gemme avventizie destinate alla voragine scura dei decespugliatori. Un inesistente e concreto muro del pianto per la gioia delle abominevoli nutrie: cucù – ridacchiano – cucù il pioppo non c’è più! Raccapricciante progenie del demonio.

Ma anche in città; non solo fuor per le campagne amare. Anche in città la trombetta molesta è passata a pareggiare tutte l’erbe del prato: tutte quelle che potevano toglierci un pensiero, pioppi neri, pioppi cipressini, acacie dai grappoli inebrianti, abeti sopravvissuti ai pandori, cipressi vari e pini domestici, ce l’hanno tolto quel pensiero, alle nostre capocce e alle capote delle nostre torpedo. Io che, è noto, non amo né animali razionali né animali tout court, ma amo gli alberi, ho cercato di essere presente al trapasso di queste bibbie: lo sapete che il pino, mentre muore, profuma di più? Paga colpe non sue, ma invece di accusare (io direi: Satana vi spolpi! Vi mastichi, vi risputi e vi rimastichi!), muore col sorriso del suo profumo irripetibile.

foto dell’autore

I tigli sono salvi, al momento; scotennati ma salvi. La cupola non ce l’avremo per un bel po’, ammesso che torni prima o poi. Ora a sfociare nell’azzurro non sono più gli innumerevoli frattali che s’immillano, ma nere trame da secondo girone del settimo cerchio, cesure e mozziconi tetri. E’ probabile che sia io, disadattato, a vederla così; tutti i dayaki che ho sentito, dal viale della stazione, a viale Marconi a via Chiavellati, mi hanno detto che sì, si fa così, l’albero si rinforza e che tutti quelli abbattuti hanno usufruito di eutanasia. Allora, più tranquillo, vo ai Canapè, la mia minuscola Galatea, ma zefiro soffia e il parco, scocuzzato, messo in piega, rinforzato, riparato e ripiantumato, chiude. Ma se i dayaki sono passati anche qui e hanno fatto tutto per bene, perché il parco chiude? Nemmeno il giardino dell’Eden!

foto dell’autore