
La “Pista Ciclabile Fiamenga” è stata inaugurata in pompa magna il primo agosto 2023, dopo un anno di lavori, eseguiti nell’ambito del progetto di “Agenda Urbana” del Comune di Foligno, finanziato con 400mila euro, in gran parte da fondi regionali.
Mi sono occupato di tale opera solo in occasione dell’inaugurazione, e solo per eccepire, ma ormai piove sul bagnato, che non di “pista ciclabile” si tratta, in quanto ciclabile e pedonale. Mai l’ho percorsa né sono andato a curiosare per verificare che tutto fosse in regola.
Ho fatto male perché, oggi, quello che avrei potuto rilevare con un’azione mirata, l’ho scoperto sulla mia pelle, anzi sulle mie ossa. La scorsa settimana, infatti, proveniente in bicicletta dalla direzione di Bevagna, anziché proseguire verso Foligno percorrendo la rotatoria, mi è venuto d’istinto spostarmi sulla pista ciclabile. Incrociando due dissuasori di sosta affiancati e sfalsati, presumendo di avere spazio a sufficienza per superarli, ho evitato quello di destra ma così facendo ho urtato quello di sinistra con il lato corrispondente del manubrio, largo oltre 78 centimetri.
L’urto, anche se a velocità minima, ha avuto come effetto una brusca sterzata a sinistra della bicicletta, che si è arrestata istantaneamente sbalzandomi al suolo sull’asfalto, con grave trauma ortopedico, che ha comportato il ricovero, la degenza ed un intervento chirurgico all’Ospedale “San Giovanni Battista” di Foligno.
Veniamo all’arma del delitto, ovvero i “dissuasori di sosta” citati.
Questo tipo di dispositivo è previsto all’articolo 42 del Codice della Strada, che regola i “segnali complementari”. Per l’attuazione, si rimanda all’articolo 180 del “Regolamento di attuazione” dove, al comma 2), si prevede che “possano assolvere a funzioni accessorie quali la delimitazione di aree pedonali” mentre al comma 5) si prescrive che “non debbano creare pericolo ai pedoni e, in particolare, ai bambini”.
Qui, pur se la lettera della norma è rispettata, tali dissuasori di sosta sono infatti collocati in corrispondenza del segnale di inizio/fine della “pista ciclo pedonale”, sorgono delle incongruenze.
Per i conducenti di velocipedi, infatti, oltre il segnale di “fine della pista ciclo pedonale”, non sussiste alcun obbligo di scendere di sella e proseguire appiedati. Vero è che tale segnale pone fine all’uso ristretto a pedoni e velocipedi ma, per gli stessi, non comporta l’insorgenza di alcun divieto. Tanto è vero che, per i velocipedi, la sede stradale continua, per confluire su Via Massimo Arcamone, dove si innesta tramite un incrocio con segnaletica orizzontale di “dare la precedenza”, il che compete solo ai veicoli, in questo caso i velocipedi.
E se non c’è obbligo di scendere di sella al segnale, significa che l’attraversamento di tali “dissuasori di sosta” può avvenire in sella e deve poter essere effettuato in sicurezza, prevenendo la possibilità di un impatto contro di essi, nel caso specifico o perché l’ampiezza del varco tra l’uno e l’altro non è conforme ai limiti di sagoma (130 cm) previsti per i velocipedi che procedano in senso rettilineo, o perché, se tale limite di sagoma fosse rispettato, manca il divieto per il velocipede di procedere in modo rettilineo, con l’obbligo conseguente di fare uno slalom tra i due “dissuasori di sosta”.
Sul comma 5) stendiamo un velo pietoso, in quanto è focalizzato solo sui pedoni.
Sintetizzando, di fatto, si tratta di un pericolo non segnalato sulla pista ciclabile, con tutte le implicazioni del caso.
Peraltro una casistica che, in zona, si rileva solo per questo tratto, essendo assenti analoghi “dissuasori di sosta” sia sul proseguimento della stessa “pista ciclabile”, via zebrature, oltre la rotatoria, sia sul lato sinistro.
Quali siano i motivi per cui i competenti uffici comunali abbiano adottato e benedetto tale invenzione non è dato sapere. Sta di fatto che la materia è controversa.
In Italia, risultano molti casi di contenzioso tra associazioni di ciclisti ed amministrazioni totali su situazioni analoghe.
Evidentemente a Foligno, capitale della bicicletta, non volevamo essere da meno e ci siamo inventati anche noi il nostro bel trabocchetto ciclabile.

