Sanremo e mia nonna rock

Sanremo e mia nonna rock

Mia Nonna era Rock. Rock come i jeans di Bruce Springsteen sulla copertina di Born in the USA. Come la linguaccia di Mick Jagger, come la chitarra di Eddie Van Halen. Rock, come la voce invincibile di Freddie Mercury. Oltre ai mesi estivi, mi era permesso dormire da lei solo a febbraio, quando cominciava il Festival di Sanremo. Per lei non esisteva altro. Erano 5 serate fisse su Raiuno. Pure se il prete la chiamava per la messa. Niente, c’era Sanremo. E punto. E basta.

Nonna, ha sempre amato la musica, mi raccontava che il primo Sanremo fu “della” radio. La teneva in salotto, la radio, una grande scatola marrone con due manopole e anche se non funzionava più, lei la teneva perché, diceva, faceva arredamento. Su mia nonna e la musica potrei scrivere un libro intero. Come quella volta che, a quasi 90 anni, si mise la bandana in testa e cominciò a cantare Certe Notti di Ligabue.

Nonna è sempre stata Rock. Un rock’n’roll di quelli veri. Di quelli che il riff ti fa saltare sulla sedia. È sempre stata rock, Nonna. Era rock anche quando si vestiva col cappotto dal collo di pelliccia per andare alla messa, era rock quando a Natale cucinava per 20 “cristiani”, era Rock nonna. Lo è sempre stata. E forse è stato il disco più bello che mi abbiano mai regalato in tutta la mia vita. Un disco che oggi maneggio con delicatezza, perché non voglio perdere tutti i ricordi e allora li scrivo, così mi possono rivivere quelle sere con lei dove tutto, anche le stelle, mi sembrava di più. È come mettere il disco sul piatto, abbassare la puntina, sentire il fruscio, chiudere gli occhi e sprofondare nella musica. Nonna era rock, ma Sanremo lo guardavamo io e lei. E sempre insieme.

Quando Vasco fece scoppiare il delirio nel 1982 con “Vado al massimo”, Nonna disse: “Un sucitone, ma me piace”, disse così anche di Zucchero.

E di tutti quelli che poi sono diventati strafamosi. Solo la Pausini e Ramazzotti le piacevano meno perché diceva che “cieno la lagna”.

E così, tra la sigla e le scale, il Teatro Ariston che in Tv sembra grandissimo, tutti quei signori con la cravatta, io e nonna sognavamo di andarci e… come sarebbe stata bella Nonna su quella poltrona. Noi sognavamo di andarci dalla poltroncina di casa: con i nostri pigiami felpati, le babbucce e la coperta parlavano di musica. Parlavamo di musica mentre guardavamo qualcosa che sembrava musica, tra un biscotto al vino, una ciambellina all’anice e un cioccolatino sciolto nel latte tiepido.

Era Rock Nonna. Si arrabbiava sempre perché i suoi cantanti preferiti non vincevano mai. Si arrabbiava, ora con “Maikke Bongiorno”, ora con Pippo Baudo. Quando diventai grande e prima di diventare chef, lavoravo come giornalista musicale. Andai spesso a Sanremo per il festival come inviata. Nonna mi aspettava alzata. Aspettava sempre la mia telefonata dalla sala stampa, dove noi sapevamo prima il vincitore, mentre in tv davano la pubblicità. Nonna mi aspettava sempre alzata e io le dicevo chi aveva vinto. Nonna era Rock, ma le piaceva Sanremo.

Sarebbe stata bellissima seduta tra i velluti dell’Ariston. Scusami nonna, te l’ho sempre promesso, ma non sono mai riuscita a portarti. Nonna era rock. Lo era davvero e questo disco della memoria si ingarbuglia con le stelle.

E, sai com’è, certe notti in Italia, quando arriva Sanremo, non posso fare altro che pensare a lei. Ai suoi biscotti sbilenchi al profumo di anice, a quel cioccolatino sciolto nel mio latte. Alla nostra poltrona rossa. Perché certe notti “sono notti, la strada non conta, e quello che conta è sentire che vai. Certe notti sono come quel disco che fruscia. Certe notti, sono solo notti con qualche nota in più”.

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