
Secondo la dottrina cattolica, come “vizi capitali”, o “peccati capitali”, sono considerati la superbia, l’avarizia, l’ira, l’invidia, la lussuria, la gola e l’accidia.
Quanto al peccato di gola, secondo San Tommaso d’Aquino questo si configura quando l’assunzione di cibo avvenga con il verificarsi di queste condizioni: praepropere, “fuori tempo”, troppo frequentemente; laute, “lautamente”, cioè procurandosi cibi o bevande molto costosi; nimis, “troppo”, cioè oltre le ragionevoli esigenze della nutrizione; ardenter, “con passione”, con eccessiva avidità; studiose, “con diligenza”, cioè esagerando nel condire i cibi allo scopo di renderli più gustosi. Non è chiaro se tali condizioni debbano essere soddisfatte tutte insieme o se ne basti una sola.
Prossimamente, come avviene da anni, si svolgerà a Foligno la 25.esima edizione del FESTIVAL DEI PRIMI D’ITALIA. Se possa essere considerato o meno un festival o del vizio o del peccato di gola non posso dirlo, però mi può legittimamente venire il dubbio.
Non è però sul “vizio” o sul sul “peccato” capitale che intendo porre l’accento, quanto sul “capitale”, o meglio, sulla “capitale”.
Nella campagna pubblicitaria già avviata, infatti, si ripete il cliché secondo cui Foligno sarebbe la CAPITALE MONDIALE DEI PRIMI PIATTI. E qui si persevera nel solito sfruttato copione secondo cui qualunque evento vi si tenga, Foligno ne diventa “capitale”, il più delle volte a sproposito. Una forma di auto celebrazione campanilistica che rasenta il ridicolo.
Ma veniamo al dunque: chi ha stabilito che Foligno sia la “capitale mondiale dei primi piatti”? Lo ha fatto un soggetto imparziale e qualificato oppure, come temo, questo titolo ce lo siamo dati da soli?
I primi piatti sono “cibo”, peccato che, secondo la classifica stilata di recente da Time Out, una delle bibbie britanniche di viaggi e gastronomia, la capitale mondiale del buon cibo sia Napoli, unica città italiana. Ma non basta.
Consultando Wikipedia, alla voce “Primo piatto”, è scritto che:
“Questa voce o sezione sull’argomento cucina ha un’ottica geograficamente limitata. Motivo: non è chiaro se il concetto sia esclusivamente italiano o se, invece, ha equivalenti anche in altre culture (ad es. la voce equivalente in giapponese parla espressamente di “primo piatto italiano”.
Ovvero, se i “primi piatti” non sono un prodotto solo italiano, poco ci manca. Alla luce di questo, che senso ha parlare di “capitale mondiale”? Al più si può parlare di “capitale italiana”, ma visto che ci auto fregiamo del titolo di “lu centru de lu munnu”, il “mondiale” diventa automaticamente di prammatica.
Infine, dalle parole alle immagini, quelle utilizzate nella campagna pubblicitaria.
Tra il Menotre che scola pasta dalle cascate di Pale, le colonne del Municipio a forma di fusilli o di sedanini, il sole a forma di raviolo che splende sulla Palude di Colfiorito, una menzione particolare merita l’immagine in cui non solo le farfalle (nel senso di pasta) volteggiano attorno alla statua di Nicolò Alunno, ma questo, invece del pennello ripristinato in anni recenti e poi nuovamente scomparso che continua a mancare, impugna addirittura una forchetta.
Non escluderei che, per qualcuno, potrebbe anche essere una proposta.
Semo gente de Fuligno, semo fatti cuscì.


