I Supermercati della Sanità: Attentato al diritto alla salute

I Supermercati della Sanità: Attentato al diritto alla salute

“Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevate al cielo…”
Addio!

Nasce nel 1978, con una tenace battaglia di Tina Anselmi, il Sistema Sanitario Nazionale. Tutto è inizialo dall’art 32 della Costituzione (1948), il diritto alla salute non è più un privilegio, ma un diritto. Si raggiunge una delle massime conquiste sociali e democratiche, superando la diversità imposta dalle mutue. I principi ispiratori furono quelli della universalità, delle equità e della uguaglianza. Il SSN subisce due grandi riforme quella del 1992 e quella del 1999. Il SS da Nazionale diventa Regionale, la sanità viene aziendalizzata: l’organizzazione manageriale, il concetto di governance commerciale diventano dei miti inconfutabili. La sanità viene affidata da politici a direttori generali, spesso medici, incapaci di gestire il mostro creato.

Iniziano i tagli lineari propagandando la lotta allo spreco ma che nascondono la incapacità a governare la salute a fronte di una gestione spicciola, commerciale, della resa dei conti. Vengono ridotti i posti letto ospedalieri a differenza di Francia e Germania, riconvertiti (chiusi) interi ospedali: l’Italia ha uno dei numeri più bassi (3,16/1000 abitanti ed è al 23° posto davanti a Irlanda, Spagna, regno Unito, Danimarca e Svezia). Si risparmia su tutto senza percepire o, meglio, senza voler percepire che la richiesta di salute deve essere gestita dalla medicina sul territorio prima di tutto.

I Medici di Medicina Generale vengono affossati in un contesto ragionieristico, devono rendicontare le spese a fronte di un’impossibilità ad occuparsi della salute della persona che hanno di fronte. “La linearità fideistica rende l’assistenza territoriale di base standardizzata, anonima ed il medico di medicina generale schiavo inumano tecnologico” (Sennet R, 2009).
Le recenti normative (es. DM 77) non hanno portato innovazione ma solo profezie fallimentari (le case della salute, gli ospedali di comunità, tutt’altro che di comunità, i centri di assistenza e urgenza). La depersonalizzazione della sanità, i bassi stipendi e le difficoltà hanno causato la fuga del personale medico verso altri lidi e verso una sanità privata, risorsa sì, ma che dovrebbe essere complementare a quella pubblica e non in sostituzione. Il proliferare dei supermercati della sanità ha provocato e provocherà sempre più richiesta di prestazioni, perché l’offerta determina la domanda, con il corollario finale che il povero – sempre più povero – aspetta per il suo diritto alla salute.

Foligno ha pagato le conseguenze delle riforme: il terzo polo è una invenzione per accontentare un territorio sempre più impoverito: non abbiamo ben chiaro se avremo una casa della salute e se l’ospedale di comunità si farà a Montefalco. Ma con quali risorse? Chi lo gestirà? Forse il medico di medicina generale? Abbiamo personale a sufficienza per garantire una assistenza adeguata? Sempre a Foligno stanno sparendo primariati con un declassamento dell’Ospedale: ma a favore di chi? E Foligno, con la sua amministrazione passiva, sta a guardare, come Lucia guardava il suo paesaggio.

Le visite specialistiche e le sale di attesa: “Perché non siam popolo, perché siam divisi”

La richiesta di visite specialistiche aumenta vertiginosamente: non più medicina basata sulla appropriatezza in riferimento alla patologia specifica, ma idolatrata in un concetto di efficienza /efficacia solamente economicistica. Inoltre, ad aumentare la spesa sanitaria, c’è l’aggressione mediatica alla responsabilità del medico, e quindi il ricorso alla medicina difensiva che costa risorse e soldi.

Il problema annoso delle liste di attesa attanaglia la politica cercando soluzioni impossibili: una costruzione irrisolta di inefficienza gestionale. Il blocco del turn-over dei medici ha portato al sovraccarico prestazionale e quindi all’incapacità di incrementare le attività. I centri di prenotazione unici sono diventati un centro di smistamento senza la percezione che chi richiede può essere il fragile di turno, che viene così mandato a chilometri per un diritto. E si parlava di medicina di prossimità, di medicina vicino al paziente, definito per ignoranza semantica utente. Utente di che cosa? Del servizio elettrico?

E questa è l’Italia del Servizio sanitario regionalizzato, non più equa, non più universale, non più uguale, non più solidale. È l’Italia della autonomia regionale differenziata (voluta istericamente da una parte politica nata per disgregare, dividere e tornare all’Italia dei granducati; quella parte politica che si è diffusa come metastasi in tutte le regioni: a fronte di una politica auto-definitasi di “difesa del popolo“, che per il popolo non ha più fatto nulla) che creerà sempre più differenze sociali. È l’Italia che non ha voluto la riforma del titolo V della costituzione. E per chiudere, come ho iniziato, Mameli è morto per l’Unità d’Italia a 22 anni affinché il popolo senza identità e diviso fosse raccolto sotto un’unica bandiera, “una speme”.

Speranza che la sanità possa avere come obiettivo la salute della persona globalmente intesa. Un popolo in salute è la salute del Paese.

(Pezzo a firma di Stefano Stefanucci)