Disney, l’Impero di Ghiaccio: “un anno di delusioni e sconquassi” affossano il colosso dell’animazione

Disney, l’Impero di Ghiaccio: “un anno di delusioni e sconquassi” affossano il colosso dell’animazione

C’è una teoria misteriosa che circola nei più reconditi recessi dell’Internet. Una teoria, vorrei puntualizzare, totalmente indimostrabile; ma che, proprio come molte altre dottrine di improbabile veridicità come la mitologia greca, la teoria psicanalitica freudiana e l’astrologia, ha la singolare capacità di illuminare il confuso mondo che ci circonda in molti sensi fuorché quello letterale. La teoria parte da una domanda molto semplice, e cioè: non è strano che il film Disney chiaramente ispirato alla favola La regina della neve di Hans Christian Andersen non si chiami “La principessa del ghiaccio” o “Un inverno fatato” o altri simili titoli fiabeschi, ma semplicemente Frozen?

Elsa, principessa in ‘Frozen’; fonte https://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/principessa-elsa-frozen-disney-vorrebbe-lesbica-1500030.html

La folle teoria, in sostanza, sostiene che Walt Disney — nel suo tentativo di circuire non solo le leggi di fine copyright americane, ma anche quelle eterne della vita e della morte — si sia fatto ibernare in gran segreto, e che il suo cerebro sia attualmente conservato sotto ghiaccio, celato nella scenografia dell’ottovolante “Space Mountain”, a Disney World, nelle paludose lande senza Dio della Florida. A supposta riprova della teoria si mormora — ed è qui che torniamo alla domanda iniziale — che nel 2013 i sommi vertici della Walt Disney Pictures abbiano chiamato “Frozen” il lungometraggio d’animazione sulla criogenica principessa Elsa precisamente per far sì che, qualora qualcuno digiti la stringa walt disney frozen in un motore di ricerca, non si ritrovi in sordidi forum che insinuano di certi crani occultati in certi rollercoaster, ma su una candida distesa di amichevoli info relative al celeberrimo film d’animazione. Ebbene, la grottesca immagine proposta da questa teoria del complotto mi è molto cara, e credo che possa illuminarci sullo stato attuale della Fabbrica dei Sogni.

Disney, un anno di delusioni e sconquassi: i suoi film di punta sono andati incontro a un’accoglienza di pubblico che va dal tiepido all’ostile

È passato poco più di un decennio dalle prime avventure della nevosa autocrate (la principessa protagonista del film, NDR), ed oggi la Disney ha ben altro a cui pensare che assurde dicerie ignote ai più. Titano egemone dell’intrattenimento, essa si lascia alle spalle un anno di delusioni e sconquassi: i suoi film di punta sono andati incontro a un’accoglienza di pubblico che va dal tiepido all’ostile; quelli ancora in preparazione languiscono in ritardi, contestazioni, e polemiche; e il valore del nome Disney, in borsa, ha subito un tracollo, tanto da trovarsi costretta ad alzare il prezzo della sua piattaforma streaming e a chiudere l’opulento hotel a tema Guerre Stellari ”Galactic Starcruiser” ad appena un anno dall’apertura.

Ma com’è possibile che la House of Mouse si trovi in difficoltà, con tutte le amate proprietà cinematografiche e televisive che ha creato o acquisito? La questione è come vengono impiegate. Il novero dei Classici Disney sta venendo, in questi ultimi tempi, sinistramente duplicato: ogni anno escono al cinema un paio di rifacimenti, che, a parte qualche notevole eccezione, scimmiottano il film da cui prendono il titolo pedissequamente, con tanto di battute e canzoni. Perfino i design di ambientazioni e personaggi animati vengono grottescamente riproposti in una versione adattata al mondo reale, più spenta e ordinaria. Manca la forza, l’intelligenza creativa responsabile dei Classici Disney: nessuno dei professionisti impegnati in questi remake sembra afferrare che cosa avesse reso così interessanti i film di cui loro si apprestano a creare uno stanco doppelgänger. Purtoppo, guardando i recenti remake de Il Re Leone, Mulan e Pinocchio, non si ha la sensazione di trovarsi di fronte a veri e propri lungometraggi, ma ad eventi cinematografici all’insegna dell’amarcord, per acchiappare i devoti fan, prenderli per il cuore, e arrivare alla tasca del portafoglio.

Si potrebbe dire che la Disney, sotto il comando di Bob Iger, sia lentamente scivolata nella stessa filosofia di approccio consumistico all’intrattenimento già osservata da Michael Eisner durante il suo primo mandato al timone dell’azienda, espressa perfettamente da un memorandum interno scritto dallo stesso Eisner:

“Non abbiamo alcun obbligo di fare arte. Non abbiamo alcun obbligo di lanciare un messaggio. Far soldi è il nostro unico obiettivo”.

Ora, i più economicamente istruiti dei nostri lettori potrebbero dire: “e che c’è di male? Quello di far soldi non è forse l’obiettivo primario di una qualunque azienda?”. Sì, è vero, miei ipotetici obiettori, ma la Disney ha cominciato a far soldi e si è affermata nel panorama cinematografico mondiale proprio facendo arte. Walt Disney era un imprenditore, un uomo che sapeva farsi strada nel suo business con mezzi leciti e meno; ma era innanzitutto un artista, che aveva una fiducia infinita nella sua arte. Sapeva tenere in equilibrio gli aspetti finanziari e quelli artistici del suo mestiere, e così creare capolavori che fossero anche successi di botteghino, confidando nella visione sua e dei suoi collaboratori. Era un’altra epoca, è vero: quando il cinema era giovane, e l’animazione era una meraviglia tutta da esplorare; quando la finanza era meno assurda — ma non tantissimo — di quella che è oggi; un mondo più paziente, non ancora plagiato dai ritmi ossessivi della televisione e dei social.

Oggi la Disney è rimasta orfana; e non ha più il vecchio Walt al comando, ma funzionari che non hanno il tempo e la voglia di correr dietro all’arte, con importanti investitori da tutto il mondo a cui render conto delle proprie azioni. Il balzano mito ci racconta che i seguaci ibernarono la regale e geniale testa del faraone Disney, inumandola nella piramide di Space Mountain, per resuscitarlo quando la scienza medica l’avrebbe permesso: egli avrebbe allora potuto condurre l’azienda a vette mai viste, e completare i lavori lasciati in sospeso. Ma la scienza medica non è progredita abbastanza, e il teschio di Walt Disney rimane senza vita, ibernato, impotente nel cuore dell’Impero. La sua ombra glaciale aleggia sull’intera azienda. Come gestire un simile precedente? Come sfuggire all’angoscia dell’influenza? Come dare vita ad altri capolavori senza tempo — e soprattutto, ricrearne i considerevoli incassi?

Nel 20120 un conscio sforzo di riforgiare, ridefinire la mitologia della principessa Disney; naufragato per incontrare il gusto del mercato cinese

In quest’era postmoderna, un tentativo era stato fatto. Nel 2010, ebbe inizio un interessante progetto di rivisitazione dei capolavori del passato: con i rifacimenti di Alice in Wonderland e Cenerentola, era chiaro che i cineasti responsabili avevano l’intenzione di instaurare un dialogo con i Grandi Classici Disney; in particolar modo con la figura delle principesse, che spesso nei film originali erano eroine per modo di dire, sballottate dal corso degli eventi fino all’inevitabile matrimonio con un principe di vaghe origini europee. In questi primi tentativi vediamo un conscio sforzo di riforgiare, ridefinire la mitologia della principessa Disney. Ma questo tipo di dialettica è forse risultato pericoloso agli investitori che vogliono far breccia nel (notoriamente conservatore) mercato cinese, e i remake sono gradualmente diventati l’acritica venerazione del passato di cui abbiamo già discusso.

Mia Wasikowska è Alice nell’Alice in Wonderland’ di Tim Burton; fonte https://images2.fanpop.com/image/photos/13600000/Tim-Burton-s-Alice-In-Wonderland-alice-in-wonderland-2010-13678039-1360-768.jpg

Assieme a questi rifacimenti, abbiamo conosciuto una sfilza di nuovi film in CGI di sempre minor successo, dei quali l’unico che prova a confrontarsi con i vecchi paradigmi Disney per sfidarli è il sopra menzionato Frozen. L’ultimo di questa sfilza, Wish, uscito da pochissimo, sbalordisce invece per la sua insignificanza. Rifugge il confronto con il passato, cercando tuttavia di omaggiarlo in ogni momento, ed è inevitabilmente eclissato, schiacciato, e fagocitato dai suoi illustri ispiratori. È possibile che, creando l’equivalente visivo di un cadavere surgelato, stiano perversamente tentando di emulare WD quel tanto che basta da scucirci il soldo di rito, emulando il santo defunto che non hanno il permesso di decostruire o criticare.

Ma forse i primi sforzi – per quanto lodevoli fossero – erano destinati a fallire comunque, senza dover postulare un conscio complotto da parte degli azionisti. Per quanto decostruzionistica, la continua autoreferenzialità non può far bene all’arte. Si finisce a parlare solo di se stessi, dimenticandosi di tutto: del perché si voleva fare arte in primo luogo, del pubblico, e di quel che si voleva dire.

Forse quello che servirebbe fare è staccare la spina alla ghiacciaia, lasciare che la testa di Disney si riunisca alla terra, scongelare il tempo nel cuore dell’Impero. Confrontarsi con i veri grandi classici: favole, romanzi, miti antichi e moderni a cui gli artigiani dell’animazione Disney guardavano per ispirarsi; e lasciare che gli amatissimi capolavori animati del passato riposino per un po’ con il loro creatore.

Forse un giorno, riscoprendoli, troveremo la magia che ora ci elude.

(Foto di copertina via Wikipedia)